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Il referendum sull'acqua. Intervista al prof. Lucarelli, redattore dei quesiti

Alberto Lucarelli, professore ordinario di istituzioni di diritto pubblico dell’Università degli studi di Napoli Federico II, insieme con i docenti ordinari di diritto costituzionale e civile Gaetano Azzariti, Ugo Mattei, Luca Nivarra e con gli emeriti di diritto Gianni Ferrara e Stefano Rodotà, è redattore dei 3 quesiti referendari sull’acqua pubblica, depositati in cassazione il 31 Marzo scorso e promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Il referendum sull'acqua. L'intervista al prof. Lucarelli, redattore dei quesiti

L'acqua. (Fonte: www.paolomichelotto.it)

L' ITER DEL REFERENDUM E I QUESITI DEL REFERENDUM PER L'ACQUA PUBBLICA

Il 24 e il 25 Aprile 2010 è iniziata la campagna per la raccolta firme – ne servono minimo 500.000-  per promuovere il referendum abrogativo, dopodiché la Corte Costituzionale procederà alla verifica. Se tutto si svolgerà nei tempi previsti, si voterà nel 2011. I tre quesiti del referendum per l’acqua pubblica in sintesi riguardano:

  1. l’abrogazione dell’art. 23 bis della legge 133/2008, il quale prevede la privatizzazione della gestione dei servizi idrici attraverso un progressivo abbassamento sotto il 50% delle quote azionarie che ancora i comuni detengono nelle ex municipalizzate.

  2. l’abrogazione dell’art. 150 del d. leg. 152/2006 del Codice dell’Ambiente che definisce l’affidamento del servizio idrico con la gara o tramite società per azioni a capitale misto/ interamente pubblico (logica che si vuole contrastare: le spa devono remunerare il capitale e fare profitto indipendentemente dalla qualità d’offerta di servizi alla collettività).

  3. Abrogazione dell’art. 154 comma 1 del Codice dell’Ambiente che dispone la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’adeguatezza del capitale investito (logica che si vuole contrastare: il 7% in più della bolletta è garantito al gestore per cui c'è l’incentivo a fare affari con l’acqua).

 

L'INTERVISTA AL PROF. ALBERTO LUCARELLI

G.E.: Dal 15 Giugno 1997 non si raggiunge il quorum, e ancora, la partecipazione ai referendum abrogativi è calata sempre più – da allora in media si sono recati alle urne solo il 30% degli aventi diritto con un ulteriore abbassamento nel 2003 al 25% circa e ancora, nel 2009 la partecipazione al referendum ha coinvolto solo il 23,84% degli aventi diritto.

Secondo lei questo trend negativo di partecipazione alle urne si spiega con l’abuso delle consultazioni referendarie -i temi non stanno abbastanza a cuore ai cittadini e/o i quesiti sono troppo specifici e incomprensibili- oppure c’è qualche altra relazione che va indagata per cui non si riesce ad andare oltre lo sbarramento di validità, per esempio: il sostanziale monopolio dell’informazione, la volontà dei partiti di farli fallire etc?

 

A.L: Uno dei motivi del fallimento dei referendum è sicuramente l’iper tecnicismo dei quesiti ma anche il monopolio dell’informazione escludente altre fonti informative, troppo poco partecipativo e quindi strumentalizzato; in questo modo il referendum da strumento dei cittadini e di democrazia diretta perde la sua forza originaria e si trasforma in un mezzo etero diretto e comunque utilizzato dal sistema dei partiti. In sostanza il sistema partitocratico, che non dovrebbe svolgere una funzione dominante nell’ambito del processo referendario, riesce invece a veicolare in senso positivo o negativo il quesito.

Devo però aggiungere che questa è la prima volta in Italia che vengono proposti quesiti referendari ad iniziativa di una cosi ampia coalizione che proviene da quella che amo definire cittadinanza attiva piuttosto che società civile, cioè cittadini che stanno studiando e partecipando al dibattito sull’acqua da anni e che non sono improvvisati né strumentalizzati da partiti. Si tratta di movimenti e comitati che nascono dal basso sulla scia del fenomeno sorto a Seattle, fenomeno prima sconosciuto e che di sicuro non apparteneva alla tradizione ai paesi dell’Europa Continentale. E’dunque la prima volta in Italia che dei quesiti non vedono tra i soggetti proponenti i partiti. Questo referendum è un unicum.

 

G.E: Vuol dire che la specialità di questo referendum è quella di essere sostanzialmente promosso da cittadini informati?

A.L: Questo referendum non è improvvisato e non è strumentalizzato dai partiti politici per fini puramente elettorali e di cattura del consenso. Usare il referendum è lo strumento più vigliacco che hanno i partiti per ottenere riscontri economici perché se si raggiungono 500.000 firme (al di là dell’esito positivo o meno del referendum) si hanno dei rimborsi finanziari di lusso. I partiti utilizzano spesso i cittadini per volgari interessi di cassa e di tasche.

G.E: Ribaltando la domanda iniziale, anche i referendum abrogativi validi di fatto sono stati calpestati successivamente dalla volontà del parlamento, che non ha tenuto conto delle scelte dei cittadini decidendo spesso altrimenti. Per chiarezza riporto degli esempi:

  1. il referendum abrogativo del 1987 a cui ha votato il 67% degli aventi diritto con l’80% dei votanti che ha risposto si all’abrogazione della legge vigente sul nucleare, esigendo la chiusura delle centrali nucleari già esistenti e vietando che l’Italia producesse sul proprio territorio questo tipo di energia. Adesso con l’avvenuta approvazione della legge sullo sviluppo assisteremo il ritorno al nucleare, in barba a questa consultazione referendaria.

  2. il referendum abrogativo del 1993 a cui ha votato il 77% degli aventi diritto e con l’82,7% che ha votato si abrogando il sistema proporzionale in favore del sistema elettorale  maggioritario. Nel 2005 questa volontà è stata spazzata via con il ritorno al proporzionale (seppur con qualche correttivo) attraverso la legge elettorale “Porcellum” di Calderoli.

  3. il referendum abrogativo sempre del 1993 che ha disposto anche l’abolizione dei finanziamenti ai partiti, rientrati dalla porta come “rimborso spese elettorali” e nel 2006 estesi con il decreto “Milleproroghe”.

Alla luce anche di questa considerazione gli strumenti di democrazia diretta non sono ormai da considerare superati?

A.L: Questo è un altro fenomeno di degenerazione e in parte anche di violazione dell’assetto costituzionale nel suo complesso. Se sono state raccolte le firme necessarie e i cittadini sono stati chiamati ad esprimersi su un referendum e ancora, nel nostro sistema esiste anche la forma democrazia diretta questa va rispettata. Non deve esserci uno scontro tra democrazia della partecipazione e quella della rappresentanza anzi, la prima è un plus valore non deve assolutamente porsi in contrasto con la seconda. Il problema vero è la partitocrazia cioè le piccole lobby che si impossessano di alcune tematiche che possono portare consensi e soldi, incrociando interessi pubblici e privati o ancora peggio, sviando l’interesse pubblico verso quelli privati, tramite due modi: l’utilizzo degenerato dello stesso strumento referendario oppure l’intervento normativo volto a calpestare quanto è stato espresso in precedenza dall’istituto referendario. Questo è un fenomeno aberrante e patologico che rende evidente come la partitocrazia -e non la democrazia della rappresentanza- abbia come obbiettivo quello di annientare la volontà espressa dai cittadini a seguito del processo referendario.

G.E: Perché i cittadini preferiscono astenersi (boicottando il raggiungimento del quorum di validità del referendum abrogativo ovvero il 50%+1 degli aventi diritto al voto) che non recarsi alle urne e votare no alla domanda vuoi tu abrogare ……?

A.L.: A volte i partiti hanno spinto sull’astensionismo influenzando, attraverso le lobby e i gruppi di potere di controllo dei canali di informazione, la stampa o la tv che hanno dedicato ai temi referendari ben poco spazio. In questo caso si sceglie scientemente di boicottare i referendum e con dei metodi cosi forti e ricattatori sugli strumenti di informazione, è evidente che la partecipazione ne risenta.

Nel nostro caso però, la situazione è diversa perché non si parte dai partiti politici ma dai cittadini attivi, con una ampissima coalizione in campo (dal WWF ad ATTAC, da chi si è occupato di rifiuti ai movimenti sociali) la più grande mai avutasi dal dopoguerra e dalla nascita della democrazia in Italia. C’è sicuramente un problema di visibilità del referendum e l’esame di ammissibilità della Consulta ma al di là di questo, sarà sicuramente una straordinaria esperienza di declinazione delle varie forme di partecipazione e soprattutto una battaglia in difesa della Costituzione perché si scrive acqua e si legge democrazia: noi parliamo di beni comuni, di diritti fondamentali.

G.E: In sostanza la questione è imperniata sulla domanda se l’acqua sia un bene a rilevanza economica o un bene comune, ovvero se è più conveniente la gestione idrica a maggioranza privata -che persegue logiche di profitto- oppure pubblica. Alcuni ritengono che la gestione privata sia più efficiente e investa più di quanto il pubblico non faccia. Secondo le stime contenute in un articolo di Luca Fornovo apparso su La Stampa, il 30% dell’acqua si perde a causa di falle nelle tubature con circa 3 miliardi di euro di ricavi totali perduti all’anno per l’intero sistema-paese, mentre il dato più sorprendente per i non addetti ai lavori è che da quando è iniziata a metà degli anni ’90 la privatizzazione gli investimenti in Italia sono calati del 70% mentre le tariffe sono aumentate del 61%. Che pensa di tutto ciò?

A.L: Il decreto Ronchi ha imbarbarito il processo di privatizzazione che trae origini a metà degli anni Novanta anche in governi di centro sinistra; nel governo Prodi si era già portato avanti un provvedimento simile per i servizi pubblici essenziali attraverso il ministro Lanzillotta, anche se l’acqua veniva esclusa. All’epoca la sinistra radicale attenta a certe tematiche si oppose alla sua introduzione, ora questa componente non c’è proprio più in Parlamento. Il referendum serve dunque a frenare questo imbarbarimento in cui non si da più la possibilità ai Comuni di gestire, in economia e con soggetti di diritto pubblico, l’acqua. L’acqua è messa sul mercato, l’acqua per fare profitti, l’acqua per fare soldi. La liberalizzazione non c’entra nulla: si fa semplicemente una concorrenza per il mercato come dicono gli economisti, non una nel mercato. Infatti non c'è una vera e propria concorrenza tra due gestori che erogano lo stesso servizio, ma soltanto una rete gestita da unico soggetto che impone le proprie tariffe e che fa un piano finanziario e di investimenti salvaguardando i propri profitti. Da quando è entrata in vigore la legge Galli, la norma che ha dato il via al processo di liberalizzazione del servizio idrico, gli investimenti sono diminuiti di circa due terzi, le tariffe sono aumentate del 60% circa, si è verificata una dispersione/ cattivo utilizzo delle risorse pari a circa 60%- 65% e una riduzione importante del personale (anche di quello specializzato per fare i controlli) con parecchie esternalizzazioni e la proliferazione di tante micro società, causando problemi sociali, economici e anche occupazionali. Il mercato diventa dunque un monopolio privato. Luigi Einaudi, uno dei padri della Repubblica e tutt’altro che bolscevico, si batté fermamente per l’art 43 dell’Cost., asserendo che bisogna combattere la spinta alla gestione dei monopoli naturali tramite monopoli privati, utilizzando l’unico strumento efficace a nostra disposizione: il monopolio pubblico.

Pubblicato il 4/5/2010 alle 21.31 nella rubrica Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu.

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