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Gloriaesposito Solo i fatti contano
Informazione e democrazia: il caso italiano. Ezio Mauro
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 31 maggio 2010
 

In occasione dell’incontro “Democrazia e Informazione: il caso italiano” tenutosi qualche giorno fa alla sede di via Parthenope dell’Università Federico II di Napoli, si è avuto modo di ascoltare il parere di Ezio Mauro, il direttore del quotidiano Repubblica, sul tema del ddl intercettazione che coinvolgerebbe, se passasse definitivamente, anche i giornalisti e gli editori.

Informazione e democrazia: il caso italiano. Ezio Mauro

Ezio Mauro. Fonte: civisonline.it

 

Il ddl in questione riguarderebbe l’impossibilità per i giornalisti di pubblicare atti di indagine non coperti da segreto (e quindi pubblici) fino all’udienza preliminare, che in Italia si svolge in media da 4 a 6 anni dopo l’avvio dell’indagine. Inoltre viene costituito l’interesse legittimo a controllare preventivamente le notizie con una sorta di sindacato dell’editore nel merito e nel contenuto del giornale spiega Ezio Mauro, come naturale conseguenza delle multe salatissime che gli editori dovrebbero pagare in caso di pubblicazioni di atti vietati.

Senza contare che molte pagine dei quotidiani sarebbero bianche perchè svuotate di contenuti. Ezio Mauro per fare degli esempi concreti dinanzi alla platea ha letto tutti i titoli di Repubblica di quel giorno che con questa legge non si potrebbero più scrivere:

Zampolini: volevo fare un piacere ad Anemone oppure infermiere ammazza 10 persone o anche Aperta indagine su Sanguineti, per un totale di una ventina di pagine in meno di cronaca.

I giornali sono strumenti della cittadinanza. Non è possibile che la gente dovrà votare i propri rappresentanti senza sapere se uno di questi sia incappato in un procedimento penale. Ezio Mauro poi aggiunge: Questa non è una battaglia di destra o di sinistra: è in gioco il diritto fondamentale di informare e di essere informati perché da un lato si limitano le intercettazioni per i reati, dall’altro si sanzionano i giornali che trattano delle inchieste giudiziarie.

Qualcuno potrebbe però ribattere che negli ultimi anni è capitato che venissero pubblicati stralci di intercettazioni private e non rilevanti ai fini penali, cosi il direttore di Repubblica propone un altro metodo per limitare la lesione della privacy da parte dei giornali: un’udienza/stralcio dove le parti in causa e la magistratura possano decidere cosa è rilevante o no ai fini dell’inchiesta cosi gli atti risultanti e validi possano essere pubblicati in maniera trasparente mentre gli altri che non c’entrano si secretano o si distruggono.

Molte sono comunque le iniziative che i cittadini stanno portando avanti per contrastare l’approvazione della legge- bavaglio: dai sit in ai ragazzi che si fanno fotografare con un post it sulla bocca, dai gruppi Facebook alle dichiarazioni di disobbedienza civile di blogger e giornali.

Ma alla domanda se internet può fare la differenza rispetto alla mobilitazione contro il ddl intercettazioni, Ezio Mauro risponde freddamente che internet può contare con le sue specificità cioè per la sua velocità e moltiplicazione dei pani e dei pesci ma senza i cittadini non si fa nulla. Quello che conta sono le persone”.

 L’ultimo interrogativo che il direttore di Repubblica rivolge alla platea è senza dubbio quello definitivo: Come fa a passare una legge cosi nel 2010? Ai posteri l’ardua sentenza

Il Napoli Teatro Festival Italia 2010
post pubblicato in Articoli pubblicati per il sito www.agoravox.it, il 29 maggio 2010
 

Immerso nella scenografia e nella storia di Napoli, città dilaniata da sempre tra “la bellezza e l’inferno”, il Napoli Teatro Festival Italia è giunto alla sua terza edizione – la prima da quando ha mutuato la sua natura da progetto itinerante in manifestazione permanentemente partenopea- aprendo i battenti oggi, sabato 29 e domani in anteprima. La kermesse vera e propria invece, si terrà dal 4 al 27 Giugno 2010.

Il Napoli Teatro Festival Italia 2010
Il Napoli Teatro Festival sembra tracciare al suo interno un percorso alla scoperta della parte della città di Napoli dimenticata: quella viva, innovatrice, creatrice di cultura, desiderosa di cogliere ogni opportunità e forma del proprio tempo, giovane e entusiasta di ospitare e produrre grandi artisti. Sulla scia di questo spirito di sperimentazione, lo spettacolo ’Lipsynch’ di Robert Lepage - sicuramente unico e per niente convenzionale - inaugurerà la manifestazione nell’ex fabbrica di birra Peroni del quartiere di Miano, una delle 23 location eccezionali che faranno da sfondo a questa terza edizione.
 
Importante presenza italiana al Festival è quella di Alessandro Gassman che sarà il protagonista di “Immanuel Kant” di Thomas Bernhard.
 
Riguardo al prestigio internazionale, non si può non ricordare che il festival è anche occasione di scambi culturali tra diversi paesi con la formazione di compagnie partecipate di attori italiani e stranieri: nei 40 eventi previsti a Giugno, si avrà modo di fruire di ben 12 lingue diverse. Anche perché la sperimentazione è spesso legata alla commistione di culture, storie, esperienze differenti tra loro.
 
Inoltre il festival è ad “impatto zero” ed ecosostenibile, infatti si è autoimposto rigorose regole di compatibilità ambientale, scegliendo fornitori e partner attenti a queste problematiche e spingendo il pubblico a utilizzare un modo per recarsi agli spettacoli a basso impatto: “le emissioni di CO2 prodotte dal Napoli Teatro Festival sono pari a circa 285 t di CO2 che verranno neutralizzate attraverso l’acquisto di 285 crediti provenienti da un progetto di forestazione nel Parco del Vesuvio, in Italia. L’intervento di forestazione avverrà nella stagione produttiva adatta (autunno). Considerando che, nell’arco della sua vita (circa 80-100 anni) un albero assorbe mediamente 700 Kg di CO2, verranno piantati circa 410 alberi, corrispondenti a quasi 1 ettaro di terreno”, come si può leggere dal sito.
 
La kermesse ha poi già ottenuto la certificazione ISO 14001 ed è in attesa della dichiarazione ambientale per l’Ecolabel e per l’Ecoaudit.
 
In parallelo al Napoli Teatro festival sono previsti anche altri eventi interessanti:
- “E45 Napoli Fringe Festival” cioè un festival indipendente - sulla scia dei più importanti europei - che seleziona 40 compagnie di nuova generazione: ’’cercheremo di mostrare e di anticipare i talenti sperando che in futuro possano sbocciare’’, ha detto il direttore artistico Renato Quaglia.
- “Lo spazio incontri del Festival” che si terrà al Pan, Palazzo delle Arti di Napoli e che dal 5 Giugno ospiterà conferenze e dibattiti in cui attori, registi, scrittori, critici e studiosi parleranno degli spettacoli in programma.
 
- “Il tango in uno spazio non convenzionale: Tango Toilet” di Rodrigo Pardo e Cristina Cortès che mostreranno come l’eleganza, la sensualità del tango può esservi dovunque anche in una toilette costruita in una vetrina o in una comune abitazione se a ballarlo sono due grandi danzatori.
 
Insomma, mille attività e occasioni per scoprire tutti i volti di Napoli e dell’arte.
L'ennesima censura: Rainews24 oscurata
post pubblicato in Articoli pubblicati per il sito www.agoravox.it, il 18 maggio 2010
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Si sono accorti da qualche mese che Rainews24poteva rappresentare una spiacevole disfunzione nel sistema masiminzoliniano di disinformazione. Esattamente da quando il direttore di Rainews24 aveva promesso ai telespettatori di mandare in onda in diretta la manifestazione evento “Raiperunanotte”, tenutasi il 25 Marzo 2010 al Paladozza di Bologna, per protestare contro la censura dei programmi di approfondimento, voluta dalla Commissione di Vigilanza del parlamento e formalmente motivata come misura per rinforzare ancor di più la norma della Par condicio televisiva in vista delle scorse elezioni regionali.
 
Già in quel frangente Mineo, il direttore di Rainews24, si era dovuto scusare con il pubblico perché non era riuscito a trasmettere Raiperunanotte in diretta, ma almeno l’aveva mandata in differita di un’ora. Nonostante le pressioni insomma, Mineo aveva tenuto fede al rapporto con i suoi telespettatori e non l’aveva data vinta a quelli che alla Rai volevano bloccare la messa in onda di Raiperunanotte e che cercavano poi di farlo passare pubblicamente come un bugiardo, perché a lui inevitabilmente venivano indirizzate le lettere dei telespettatori scontenti che trovavano riprovevole l’atteggiamento di Rainews24 nel garantire prima un programma e poi non mandarlo in onda come promesso.
 
Il direttore Corradino Mineo era dunque uscito con dignità da quell’empasse perché nonostante si fosse scusato in prima persona dell’accadimento, chiunque poteva scorgere la verità: Mineo non era colpevole, anzi, lui avrebbe voluto offrire lo stesso servizio e trattamento ai telespettatori di Raiperunanotte precedentemente riservato pure per altre manifestazioni: ad esempio quelle del popolo viola oppure alle stesse del Pdl.
 
D’altronde bisogna ricordare in che paese ci troviamo: Berlusconi, il presidente del Consiglio e il proprietario di tre canali televisivi Mediaset è stato intercettato indirettamente, durante l’inchiesta di Trani, mentre cercava di bloccare preventivamente la messa in onda su Raidue di Annozero, programma da sempre ritenuto scomodo dal premier, chiamando Masi, ancora l’attuale direttore generale Rai, il quale gli suggeriva a telefono che “nessuno può fare ex ante, neanche nello Zimbawe (…) Tu oltre a richiamare le norme e fare le diffide non puoi fare”.
 
Ancora, Masi in un’altra intercettazione al telefono con Innocenzi, commissario Agcom, diceva riguardo alla puntata di Annozero sul caso Mills, “tu portami tutto quello che è possibile avere sulla famosa istruttoria perché quella è l’unica strada possibile (…) Noi con i telegiornali stiamo dando tutto un altro messaggio: vedi adesso come il tg1 ha trattato quell’argomento, il 2 come ha trattato l’argomento ma lo stesso 3 come ha trattato l’argomento… (…) Bisogna muoversi indirettamente (…)”
 
In questo contesto melmoso, che dobbiamo sempre tenere presente, va collocata questa ennesima censura. Il Cdr di Rainews24 oltre a protestare, ha espresso la volontà di incontrare urgentemente il direttore generale Mauro Masi per “chiedere i motivi di quanto sta succedendo e quale sarà il reale futuro di Rainews24”. La redazione ha anche annunciato per il 28 maggio una giornata di sciopero
 
Mineo dal canto suo ha scritto in una nota, come si può leggere su Repubblica.it: ’Rainews informa che da questa mattina gli utenti non ci trovano più al canale 42 della piattaforma digitale terrestre. Centinaia di mail pervenute al nostro sito e altrettante telefonate testimoniano che, in realtà, molti spettatori non riescono più in alcun modo a sintonizzarsi sul nostro canale. Rainews non va in onda nemmeno al canale 506 della piattaforma Sky” aggiungendo che “faremo di tutto per comprendere le ragioni di questo oscuramento e di porvi rimedio”.
 
Noi telespettatori intanto esigiamo le scuse, non certo di Mineo, ma di coloro che coscientemente fanno di tutto per pestare i piedi ogni giorno alle redazioni, agli ultimi canali tv e giornali rimasti che cercano di fare seriamente informazione.
Perché come scrive Beppe Grillo nel suo blog: “Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). E noi neppure”.
Maggio dei monumenti: «Sul Barocco» e «I corpi di Napoli», in mostra i lavori dell’Artistico
 Anche quest'anno il liceo Artistico partecipa alle manifestazioni de
«Il Maggio dei monumenti», il progetto organizzato ogni primavera dal Comune.
Le mostre «Sul Barocco» che raccolgono i tanti lavori prodotti dagli studenti più
meritevoli, sono ospitate nella galleria espositiva del liceo a via Santissimi Apostoli,
presso la Basilica di Santa Maria Maggiore (la Pietrasanta) e presso la chiesa di
Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Inoltre verrà inaugurata il 24
maggio alle ore 11 la mostra dal titolo «I corpi di Napoli» che si terrà presso la
sala del servizio didattico del Museo Archeologico. Si possono ammirare sculture,
installazioni e quadri creati con tecniche anche molto differenti tra loro e che
rappresentano il prodotto di un intero anno scolastico: ogni insegnante che
partecipa al progetto assegna un tema alla classe, dopodiché viene scelto il
lavoro migliore che viene dunque esposto. Un'altra interessante attività sono
 le visite guidate del complesso monumentale dei SS Apostoli, complesso in
cui è situato il liceo stesso. Le iniziative sono coordinate e curate dal
professore Vincenzo Pagano. glo.esp.

P.41
Il Coordinamento Giornalisti Precari Campani presenta il dossier sui corsi taroccati
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 15 maggio 2010
 

Venerdi 14 Maggio 2010 alla libreria Ubik di via Benedetto Croce a Napoli si è tenuto l’incontro “Formazione-truffa: il coordinamento giornalisti precari campani presenta il dossier sui corsi taroccati”. Circa un centinaio di persone, di cui la maggior parte giornalisti "di fatto", hanno ascoltato e discusso anche con fervore sul ruolo dei giornalisti precari e sulla confusione in cui spesso versano i giovani aspiranti pubblicisti, che spesso cadono vittima di vere e proprie truffe: molti annunci promettono un rapido ingresso nel mondo della professione – addirittura se ne può trovare uno che dice: diventare giornalista in un giorno!- per spillare quattrini a chi non si è informato adeguatamente.

Il Coordinamento Giornalisti Precari Campani presenta il dossier sui corsi taroccati

Coordinamento alla libreria Ubik Fonte: http://loravesuviana.wordpress.com

 

Il coordinamento giornalisti precari della Campania anche se nato da poco, non è una novità nazionale: per esempio a Venezia i nostri colleghi oggi sfilano in mutande per ribadire la loro condizione di sfruttati, spiega Ciro pellegrino, uno dei creatori del Coordinamento, che prosegue bisogna dare voce e coraggio ai colleghi che si sentono ancora dei fantasmi.

Alla libreria è stato poi presentato anche il logo del Coordinamento ovvero un'immagine stilizzata della Mehari, l'auto di Giancarlo Siani, in cui il giornalista abusivo de Il Mattino fu ucciso dalla camorra. In quella macchina ci siamo anche noi, continua Pellegrino, il logo serve per ribadire la vicinanza ai giornalisti precari ma anche a quelli minacciati dalla criminalità organizzata.  

L’inchiesta promossa dal Coordinamento sugli annunci- truffa viene poi rappresentata in tutta la sua drammatica comicità attraverso l’audio accompagnato dai sottotitoli delle telefonate fatte e registrate dai giornalisti precari che hanno curato l’inchiesta per ottenere alcune informazioni dalle pseudo- scuole.

Esilaranti certe risposte da parte dei truffatori: eh no, la frequenza penso che sia obbligatoria… almeno 10 giorni di full immersion per diventare giornalisti oppure 3000 euro il corso, mentre 500 euro devono essere pagati per i costi vivi della sede per il primo incontro conoscitivo; anche per i email i truffatori non risparmiano perle di saggezza: la legge almeno sulla carta deve essere rispettata, e noi sulla carta la rispettiamo

Presenti all’incontro anche il vicepresidente Mimmo Falco e il presidente dell’Ordine dei giornalisti campani Ottavio Lucarelli che riguardo all’inchiesta dice: Aggiungeremo questo materiale prodotto dal Coordinamento giornalisti precari a quello che in questi mesi abbiamo già raccolto e nei prossimi giorni ci recheremo in Procura per denunciare questa situazione

L’ultima parte dell’evento ha poi affrontato il tema molto spinoso dell’inquadramento del Coordinamento in una struttura istituzionale: Bisogna cambiare le regole da dentro e preservare l’unità del sindacato dice quasi in maniera perentoria Lucia Licciardi, membro direttivo dell’Assostampa Campania, mentre dal Coordinamento i ragazzi rispondono che l’iscrizione al sindacato non può essere una priorità visto che uno degli obiettivi dell’associazione è raccogliere le istanze anche di coloro che non sono ancora nemmeno pubblicisti e che  risultano intercambiabili tra loro per le redazioni.

Importanti a conclusione della mattinata sono quindi le azioni del Coordinamento che verranno a breve rese concrete: uno sportello settimanale di informazione dettagliata sui moduli e sui pagamenti da portare all’ordine per l’iscrizione per ottenere il tesserino e un’assistenza legale gratuita per i giornalisti precari che vogliono denunciare situazioni di sfruttamento. Perché, da come si evince anche dal dibattito, l’Italia è ancora più indietro sul precariato rispetto agli altri paesi: non solo i giovani devono pagare gli stage, ma pure la formazione per aspirare alla professione.

Modelli di governo locale in Europa:il seminario di diritto pubblico europeo
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 15 maggio 2010

Nell’Aula A2 a Monte Sant’Angelo, nel complesso universitario della facoltà di Economia della Federico II di Napoli, si è tenuto un incontro dal titolo Modelli di governo locale in Europa, nell’ambito di un ciclo di Seminari internazionali di Diritto pubblico Europeo. L’evento, primo di altri quattro, è promosso anche dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli e dalla Fondazione dell’Avvocatura Napoletana per l’Alta Formazione Forense.

Massimo Marrelli, presidente del Polo delle Scienze Umane e Sociali, durante il suo intervento di saluto, traccia un continuum tra la recente crisi greca e dell’euro e la mancanza di un diritto europeo comune, perché l’Unione Europea oggigiorno non può più essere vista come mera unione monetaria.

Il prof Alberto Lucarelli di istituzioni di diritto pubblico, spiega che incontri come questo sono fondamentali per avvicinare la ricerca universitaria alla formazione della professionalità e quindi al mondo del lavoro, mentre  riguardo alla situazione attuale di crisi aggiunge che mai come adesso le forze di mercato liberiste- anarchiche devono essere assoggettate a regole di diritto pubblico europeo, tali da disciplinare il potere economico e frenare le invasioni barbariche dei soggetti che vogliono cancellare i contropoteri e gli spazi democratici.

Per il professore, ancora, il diritto europeo deve affrontare i cambiamenti della società, prima compito degli Stati, attraverso l’introduzione di tre meccanismi: agenzie europee si rating, tassa con aliquota sui trasferimenti di capitali (ndr: la cosiddetta Tobin Tax) e politiche di controllo dell’UE. La Comunità Europea sembra assente dalla crisi, esita a comprare titoli di debito pubblico o obbligazioni aggiunge poi Lucarelli, sottolineando che io chiamo questo fenomeno Neofeudalesimo a matrice finanziaria, laddove il diritto europeo di configura come poco pubblico e su base tecnocratica.

Importantissimo è l’apporto alla discussione di Hellmut Wollmann, docente tedesco dell’Università Von Humboldt di Berlino il quale si sforza di comunicare in italiano per arrivare a tutti gli studenti la mia analisi comparativa è stata effettuata su 7 paesi europei: Ungheria, Svezia, Spagna, Italia, Grecia, Inghilterra, Francia ed è volta a tracciare le divergenze e le convergenze tra questi Stati nel processo di decentramento dei poteri pubblici, processo che nasce in risposta ad un deficit democratico, spiega poi il professore, sottolineando che due sono le modalità di governo che spiccano in questi 7 Stati presi in esame: un gruppo di paesi ha puntato sull’elezione diretta del presidente a livello locale mentre l’altro sul parlamentarismo. Inoltre per comprendere il processo di decentramento bisogna fare riferimento all’istituzionalismo storico/teorico, ovvero considerare la diversa cultura, le differenti tradizioni politiche e istituzionali che influiscono sui singoli Stati e alla diversa modalità di gestione del governo locale che può essere votata all’insegna degli interessi particolari- il modo monofunzionale, moderno - oppure di quella pubblicistica- il modo multifunzionale tradizionale”. Il professore Wollman poi, aggiunge una riflessione molto significativa ovvero confronta gli Stati attraverso i dati sul personale statale e cioè la quota di lavoratori dipendente dal governo centrale e di quella dipendente dal governo locale. In Svezia ad esempio, l’83% del personale statale è alle dipendenze dei governi locali, mentre in Italia solo il 13%, nonostante le recenti spinte a decentrare.

Chiude poi l’incontro il dottorando Giuseppe Campanelli dell’Università del Salento con il suo intervento nel quale sottolinea la necessità di analizzare i governi locali in quanto istituzioni più vicine ai cittadini e nell’ottica di una spinta contraria alla globalizzazione, fenomeno che porta a formare ordinamenti sempre più estesi. Ancora, Campanelli osserva come in Italia a livello locale si verifichi un grave deficit di tutela per le minoranze politiche infatti queste non riescono ad attaccare nel merito le deliberazioni delle Giunte (una sentenza del Tar contempla solo lo Ius ad ufficium come eccezione) e come il controllo produca solo responsabilità politiche e non giudiziarie. Inoltre tante altre stranezze affliggono il nostro paese, come per esempio l’incompatibilità di cariche tra Sindaco e Parlamentare: il sindaco non può conservare la carica se vuole entrare in Parlamento, al contrario si e in un anno, su 104 casi di incompatibilità solo 2 sono state dichiarate realmente tali, conclude sempre il dott. Campanelli.

Le società di rating
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 10 maggio 2010
 

Di queste società si è parlato molto in questi giorni a proposito della crisi greca, della conseguente caduta dell’euro nelle borse internazionali e della loro influenza sulle sorti degli stati e dei titoli di debito pubblico.

Le società di rating

Il rating. Fonte: www.ilsole24ore.com

 

Innanzitutto, è preferibile chiamarle società, non agenzie, perché non è vero che le informazioni che danno siano rivolte a tutti, spiega il dottorando dell’Università di Siena Francesco Lukacs che, con la collega dell’Università di Roma Ilaria D’Anna, è stato invitato ad intervenire ad un incontro nell'ambito del ciclo dei seminari di diritto intitolato Lessico famigliare, che si tiene all’Università di Economia Federico II di Napoli.

Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch, le principali società del settore, in tre si spartiscono circa il 90% del mercato del cosiddetto rating, che non è altro che un voto secco e direttamente comprensibile (per esempio: aaa, aa, a+ etc) con cui viene dato un giudizio di affidabilità sugli emittenti o sugli strumenti finanziari, dopo un’analisi approfondita delle informazioni. Ovviamente nel caso particolare degli Stati, il giudizio va ad impattare sull’intera affidabilità del sistema economico e sull’insieme delle aziende presenti su quel territorio.

I problemi che saltano subito all’occhio sono dunque principalmente tre. Quello della trasparenza: il giudizio viene richiesto esplicitamente dalle banche, dalle società o dagli stati e rilasciato dietro pagamento; la scarsa concorrenza nel mercato del rating; le attività collaterali che società di rating svolgono aumentando il conflitto di interessi: offrono consulenze strategiche per le imprese garantendo implicitamente a queste il buon esito della votazione. Inoltre è possibile che le società di rating assegnino un voto gratuito non richiesto, ma in questo caso il rating sarà quasi sempre basso per attirare ulteriori contratti di consulenze.

Ma perché queste società sono così potenti da condizionare la sorte degli stati decretando la capacità o l’incapacità di questi di ripagare o meno il debito pubblico? Per capirlo bisogna guardare alla storia. Le società di rating sono nate all’inizio del '900 negli USA quando gli investitori iniziavano a sentire l’esigenza di ottenere informazioni e dati statistici per poter comprare o vendere le obbligazioni. Qualche anno dopo la crisi del 1929, l’Autorità di Vigilanza americana sulle banche impose a queste di comprare solo le obbligazioni con un voto di investimento, ovvero con un rating. Negli anni '70 la situazione per le società di rating si fece poi ancora più favorevole: la loro posizione di supremazia divenne sempre più accentuata dal momento in cui la SEC (autorità di controllo della borsa americana) riconobbe alle tre società lo status di Nationally Recognized Statistical Rating Organizations  cioè Organizzazioni statistiche di rating nazionalmente riconosciute.

Il punto è che a tutt’oggi molte categorie di investitori per legge possono comprare solo titoli che abbiano un rating. È vero per le banche: dai rating dei titoli che possiedono in bilancio dipende quanto capitale devono accantonare per sicurezza. È vero per le compagnie assicurative, i fondi pensione. Tutti gli investitori istituzionali che manovrano grandi volumi di capitali, nell'acquistare obbligazioni si tutelano verso la legge esibendo "l'etichetta" che Moody's, Standard&Poor's e Fitch incollano su quei titoli. Compresi i titoli del debito pubblico, come scrive Rampini nel suo interessantissimo articolo I signori del rating che declassano le nazioni.

In realtà, la logica alla base del sistema e del potere delle società rating è la seguente: gli Stati, non riuscendo ad offrire agli investitori un servizio adeguato -attuando di fatto una sorta di policy trasfert- evitano di responsabilizzare le suddette società. Leggi più restrittive infatti costituirebbero un disincentivo  a continuare ad operare in questo settore.

Inoltre le società di rating attribuendo dei giudizi in quanto tali soggettivi, non sono oggetto nella prassi giurisdizionale di rivalsa da parte degli investitori: questi quasi sempre intentano causa agli intermediari per aver comprato dei titoli spazzatura e non alle società di rating  per i loro eventuali giudizi sbagliati, anche perché non c’è un contratto tra società di rating e investitore e la prima non è soggetta ad alcuna autorità né a controlli statali, spiega il dott. Lukacs.

Nonostante in Italia sia nel TUF sia nel regolamento Consob, con riferimento agli emittenti di titoli, le società di rating siano sostanzialmente escluse dalle norme che riguardano invece consulenze o analisi finanziarie -a cui se ci fosse la volontà potrebbero essere ragionevolmente assimilate- dal punto di vista europeo è importante il regolamento 1060 adottato nel 2009 dalla Commissione Europea, in cui le società di rating vengono almeno definite (prima neanche la definizione di queste società esisteva nei singoli stati). Quello che manca è il controllo. In questo l’UE è poco coraggiosa, asserisce la dott.ssa Ilaria D’Anna. E forse adesso possiamo comprenderne un po’ meglio la ragione.

Alberto Lucarelli: "Quello dell’IDV non è un referendum per l’acqua pubblica"
post pubblicato in Articoli pubblicati per il sito www.agoravox.it, il 5 maggio 2010
 

Alberto Lucarelli, ordinario di istituzioni di diritto pubblico all’Università degli studi di Napoli “Federico II” ed ex candidato indipendente per l’IDV alle scorse elezioni europee, è tra i redattori dei tre quesiti del referendum sull’acqua pubblica, promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Alberto Lucarelli: "Quello dell'IDV non è un referendum per l'acqua pubblica"
I tre quesiti depositati in Cassazione il 31 marzo scorso in sintesi riguardano:
  • L’abrogazione dell’art. 23 bis della legge 133/2008, il quale prevede la privatizzazione della gestione dei servizi idrici attraverso un progressivo abbassamento sotto il 50% delle quote azionarie che ancora i comuni detengono nelle ex municipalizzate.
  • L’abrogazione dell’art. 150 del d. leg. 152/2006 del “Codice dell’Ambiente” che definisce l’affidamento del servizio idrico con la gara o tramite società per azioni a capitale misto/ interamente pubblico (logica che si vuole contrastare: le spa devono remunerare il capitale e fare profitto indipendentemente dalla qualità d’offerta dei servizi alla collettività).
  • L’abrogazione dell’art. 154 comma 1 del Codice dell’Ambiente che dispone “la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’adeguatezza del capitale investito” (logica che si vuole contrastare: il 7% in più della bolletta è garantito al gestore rappresentando “l’incentivo” a fare affari con l’acqua).
Se tutto andrà come previsto, ovvero verranno raccolte minimo 500.000 firme e la Corte Costituzionale verificherà con esito positivo l’ammissibilità dei quesiti, si voterà per il referendum abrogativo nel 2011.
Il professor Lucarelli, intervistato, sostiene che il referendum abrogativo per l’acqua pubblica è “un unicum” perchè “questa è la prima volta in Italia che vengono proposti quesiti referendari ad iniziativa di una cosi ampia coalizione che proviene da quella che amo definire “cittadinanza attiva”, piuttosto che “società civile”, cioè cittadini che stanno studiando e partecipando al dibattito sull’acqua da anni e che non sono improvvisati né strumentalizzati da partiti”. In sostanza i partiti non fanno parte del comitato promotore del referendum. Inoltre il professore spiega che “da quando è entrata in vigore la legge Galli, la norma che ha dato il via al processo di liberalizzazione del servizio idrico, gli investimenti sono diminuiti di circa due terzi, le tariffe sono aumentate del 60% circa, si è verificata una dispersione/ cattivo utilizzo delle risorse pari a circa 60%- 65%, e una riduzione importante del personale (anche di quello specializzato per fare i controlli) con esternalizzazioni e la proliferazione di tante micro società provocando cosi problemi sociali, economici e anche occupazionali.”
Per leggere integralmente questa parte dell’intervista rimando a ConTesti
Il tema su cui voglio soffermarmi per Av è però questo:
G. E: Mi piacerebbe che mi aiutasse a capire, in veste anche di ex candidato indipendente dell’Italia dei valori per le scorse europee, la diatriba tra l’IDV e il Forum dei movimenti per l’acqua sulla presentazione dei quesiti referendari. L’IDV ha depositato un altro quesito sull’acqua pubblica oppure ha depositato in forma corretta un quesito già depositato in Cassazione dal partito il 17/12/2010, come ha dichiarato l’IDV Molise? Soprattutto che senso ha tutto ciò e quale referendum dobbiamo firmare?
I referendum presentati dal Forum dei movimenti per l’acqua non hanno niente a che vedere con quello presentato dall’Idv, che attacca solo e unicamente il decreto Ronchi e tende a riportarci alla situazione precedente in cui già era stata introdotta la privatizzazione delle risorse idriche: non si può affermare assolutamente che quello dell’IDV sia un referendum per l’acqua pubblica perché lascerebbe in maniera pressocchè invariata la possibilità alle società, ancorché pubbliche, di sottostare al diritto societario e cioè di non essere sottoposte al controllo della Corte dei Conti e ancora, in quanto Spa, di essere orientate ai profitti potendo anche delocalizzare e differenziare i prodotti. Le società per azioni, come ovvio, non rientrerebbero nella logica del diritto pubblico ma in quella di diritto privato. L’obiettivo chiaro del referendum per l’acqua pubblica è invece quello di gestire il servizio idrico attraverso il diritto pubblico con aziende municipalizzate o aziende speciali, soggette comunque al Comune.
G.E: Ma perché riproporre adesso il quesito da parte dell’IDV? Non si rischia cosi di far fallire il referendum o di strumentalizzarlo?
A.L.: Evidentemente l’IDV vuole salvaguardare le spa pubbliche, lasciando trapelare cosi una volontà non veramente pubblicistica. Poi c’è un problema di visibilità: l’Idv nel referendum promosso dal Forum dei movimenti per l’acqua non avrebbe potuto far parte del comitato promotore ma solo di quello dei sostenitori (dove adesso ci sono Verdi, Rifondazione, Sinistra e Libertà etc). Non da ultima la questione economica: presentandosi nel comitato promotore e raggiungendo 500.000, al di là del risultato del referendum, si incassano un sacco di soldi pubblici.
Il referendum sull'acqua. Intervista al prof. Lucarelli, redattore dei quesiti
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 4 maggio 2010

Alberto Lucarelli, professore ordinario di istituzioni di diritto pubblico dell’Università degli studi di Napoli Federico II, insieme con i docenti ordinari di diritto costituzionale e civile Gaetano Azzariti, Ugo Mattei, Luca Nivarra e con gli emeriti di diritto Gianni Ferrara e Stefano Rodotà, è redattore dei 3 quesiti referendari sull’acqua pubblica, depositati in cassazione il 31 Marzo scorso e promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Il referendum sull'acqua. L'intervista al prof. Lucarelli, redattore dei quesiti

L'acqua. (Fonte: www.paolomichelotto.it)

L' ITER DEL REFERENDUM E I QUESITI DEL REFERENDUM PER L'ACQUA PUBBLICA

Il 24 e il 25 Aprile 2010 è iniziata la campagna per la raccolta firme – ne servono minimo 500.000-  per promuovere il referendum abrogativo, dopodiché la Corte Costituzionale procederà alla verifica. Se tutto si svolgerà nei tempi previsti, si voterà nel 2011. I tre quesiti del referendum per l’acqua pubblica in sintesi riguardano:

  1. l’abrogazione dell’art. 23 bis della legge 133/2008, il quale prevede la privatizzazione della gestione dei servizi idrici attraverso un progressivo abbassamento sotto il 50% delle quote azionarie che ancora i comuni detengono nelle ex municipalizzate.

  2. l’abrogazione dell’art. 150 del d. leg. 152/2006 del Codice dell’Ambiente che definisce l’affidamento del servizio idrico con la gara o tramite società per azioni a capitale misto/ interamente pubblico (logica che si vuole contrastare: le spa devono remunerare il capitale e fare profitto indipendentemente dalla qualità d’offerta di servizi alla collettività).

  3. Abrogazione dell’art. 154 comma 1 del Codice dell’Ambiente che dispone la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’adeguatezza del capitale investito (logica che si vuole contrastare: il 7% in più della bolletta è garantito al gestore per cui c'è l’incentivo a fare affari con l’acqua).

 

L'INTERVISTA AL PROF. ALBERTO LUCARELLI

G.E.: Dal 15 Giugno 1997 non si raggiunge il quorum, e ancora, la partecipazione ai referendum abrogativi è calata sempre più – da allora in media si sono recati alle urne solo il 30% degli aventi diritto con un ulteriore abbassamento nel 2003 al 25% circa e ancora, nel 2009 la partecipazione al referendum ha coinvolto solo il 23,84% degli aventi diritto.

Secondo lei questo trend negativo di partecipazione alle urne si spiega con l’abuso delle consultazioni referendarie -i temi non stanno abbastanza a cuore ai cittadini e/o i quesiti sono troppo specifici e incomprensibili- oppure c’è qualche altra relazione che va indagata per cui non si riesce ad andare oltre lo sbarramento di validità, per esempio: il sostanziale monopolio dell’informazione, la volontà dei partiti di farli fallire etc?

 

A.L: Uno dei motivi del fallimento dei referendum è sicuramente l’iper tecnicismo dei quesiti ma anche il monopolio dell’informazione escludente altre fonti informative, troppo poco partecipativo e quindi strumentalizzato; in questo modo il referendum da strumento dei cittadini e di democrazia diretta perde la sua forza originaria e si trasforma in un mezzo etero diretto e comunque utilizzato dal sistema dei partiti. In sostanza il sistema partitocratico, che non dovrebbe svolgere una funzione dominante nell’ambito del processo referendario, riesce invece a veicolare in senso positivo o negativo il quesito.

Devo però aggiungere che questa è la prima volta in Italia che vengono proposti quesiti referendari ad iniziativa di una cosi ampia coalizione che proviene da quella che amo definire cittadinanza attiva piuttosto che società civile, cioè cittadini che stanno studiando e partecipando al dibattito sull’acqua da anni e che non sono improvvisati né strumentalizzati da partiti. Si tratta di movimenti e comitati che nascono dal basso sulla scia del fenomeno sorto a Seattle, fenomeno prima sconosciuto e che di sicuro non apparteneva alla tradizione ai paesi dell’Europa Continentale. E’dunque la prima volta in Italia che dei quesiti non vedono tra i soggetti proponenti i partiti. Questo referendum è un unicum.

 

G.E: Vuol dire che la specialità di questo referendum è quella di essere sostanzialmente promosso da cittadini informati?

A.L: Questo referendum non è improvvisato e non è strumentalizzato dai partiti politici per fini puramente elettorali e di cattura del consenso. Usare il referendum è lo strumento più vigliacco che hanno i partiti per ottenere riscontri economici perché se si raggiungono 500.000 firme (al di là dell’esito positivo o meno del referendum) si hanno dei rimborsi finanziari di lusso. I partiti utilizzano spesso i cittadini per volgari interessi di cassa e di tasche.

G.E: Ribaltando la domanda iniziale, anche i referendum abrogativi validi di fatto sono stati calpestati successivamente dalla volontà del parlamento, che non ha tenuto conto delle scelte dei cittadini decidendo spesso altrimenti. Per chiarezza riporto degli esempi:

  1. il referendum abrogativo del 1987 a cui ha votato il 67% degli aventi diritto con l’80% dei votanti che ha risposto si all’abrogazione della legge vigente sul nucleare, esigendo la chiusura delle centrali nucleari già esistenti e vietando che l’Italia producesse sul proprio territorio questo tipo di energia. Adesso con l’avvenuta approvazione della legge sullo sviluppo assisteremo il ritorno al nucleare, in barba a questa consultazione referendaria.

  2. il referendum abrogativo del 1993 a cui ha votato il 77% degli aventi diritto e con l’82,7% che ha votato si abrogando il sistema proporzionale in favore del sistema elettorale  maggioritario. Nel 2005 questa volontà è stata spazzata via con il ritorno al proporzionale (seppur con qualche correttivo) attraverso la legge elettorale “Porcellum” di Calderoli.

  3. il referendum abrogativo sempre del 1993 che ha disposto anche l’abolizione dei finanziamenti ai partiti, rientrati dalla porta come “rimborso spese elettorali” e nel 2006 estesi con il decreto “Milleproroghe”.

Alla luce anche di questa considerazione gli strumenti di democrazia diretta non sono ormai da considerare superati?

A.L: Questo è un altro fenomeno di degenerazione e in parte anche di violazione dell’assetto costituzionale nel suo complesso. Se sono state raccolte le firme necessarie e i cittadini sono stati chiamati ad esprimersi su un referendum e ancora, nel nostro sistema esiste anche la forma democrazia diretta questa va rispettata. Non deve esserci uno scontro tra democrazia della partecipazione e quella della rappresentanza anzi, la prima è un plus valore non deve assolutamente porsi in contrasto con la seconda. Il problema vero è la partitocrazia cioè le piccole lobby che si impossessano di alcune tematiche che possono portare consensi e soldi, incrociando interessi pubblici e privati o ancora peggio, sviando l’interesse pubblico verso quelli privati, tramite due modi: l’utilizzo degenerato dello stesso strumento referendario oppure l’intervento normativo volto a calpestare quanto è stato espresso in precedenza dall’istituto referendario. Questo è un fenomeno aberrante e patologico che rende evidente come la partitocrazia -e non la democrazia della rappresentanza- abbia come obbiettivo quello di annientare la volontà espressa dai cittadini a seguito del processo referendario.

G.E: Perché i cittadini preferiscono astenersi (boicottando il raggiungimento del quorum di validità del referendum abrogativo ovvero il 50%+1 degli aventi diritto al voto) che non recarsi alle urne e votare no alla domanda vuoi tu abrogare ……?

A.L.: A volte i partiti hanno spinto sull’astensionismo influenzando, attraverso le lobby e i gruppi di potere di controllo dei canali di informazione, la stampa o la tv che hanno dedicato ai temi referendari ben poco spazio. In questo caso si sceglie scientemente di boicottare i referendum e con dei metodi cosi forti e ricattatori sugli strumenti di informazione, è evidente che la partecipazione ne risenta.

Nel nostro caso però, la situazione è diversa perché non si parte dai partiti politici ma dai cittadini attivi, con una ampissima coalizione in campo (dal WWF ad ATTAC, da chi si è occupato di rifiuti ai movimenti sociali) la più grande mai avutasi dal dopoguerra e dalla nascita della democrazia in Italia. C’è sicuramente un problema di visibilità del referendum e l’esame di ammissibilità della Consulta ma al di là di questo, sarà sicuramente una straordinaria esperienza di declinazione delle varie forme di partecipazione e soprattutto una battaglia in difesa della Costituzione perché si scrive acqua e si legge democrazia: noi parliamo di beni comuni, di diritti fondamentali.

G.E: In sostanza la questione è imperniata sulla domanda se l’acqua sia un bene a rilevanza economica o un bene comune, ovvero se è più conveniente la gestione idrica a maggioranza privata -che persegue logiche di profitto- oppure pubblica. Alcuni ritengono che la gestione privata sia più efficiente e investa più di quanto il pubblico non faccia. Secondo le stime contenute in un articolo di Luca Fornovo apparso su La Stampa, il 30% dell’acqua si perde a causa di falle nelle tubature con circa 3 miliardi di euro di ricavi totali perduti all’anno per l’intero sistema-paese, mentre il dato più sorprendente per i non addetti ai lavori è che da quando è iniziata a metà degli anni ’90 la privatizzazione gli investimenti in Italia sono calati del 70% mentre le tariffe sono aumentate del 61%. Che pensa di tutto ciò?

A.L: Il decreto Ronchi ha imbarbarito il processo di privatizzazione che trae origini a metà degli anni Novanta anche in governi di centro sinistra; nel governo Prodi si era già portato avanti un provvedimento simile per i servizi pubblici essenziali attraverso il ministro Lanzillotta, anche se l’acqua veniva esclusa. All’epoca la sinistra radicale attenta a certe tematiche si oppose alla sua introduzione, ora questa componente non c’è proprio più in Parlamento. Il referendum serve dunque a frenare questo imbarbarimento in cui non si da più la possibilità ai Comuni di gestire, in economia e con soggetti di diritto pubblico, l’acqua. L’acqua è messa sul mercato, l’acqua per fare profitti, l’acqua per fare soldi. La liberalizzazione non c’entra nulla: si fa semplicemente una concorrenza per il mercato come dicono gli economisti, non una nel mercato. Infatti non c'è una vera e propria concorrenza tra due gestori che erogano lo stesso servizio, ma soltanto una rete gestita da unico soggetto che impone le proprie tariffe e che fa un piano finanziario e di investimenti salvaguardando i propri profitti. Da quando è entrata in vigore la legge Galli, la norma che ha dato il via al processo di liberalizzazione del servizio idrico, gli investimenti sono diminuiti di circa due terzi, le tariffe sono aumentate del 60% circa, si è verificata una dispersione/ cattivo utilizzo delle risorse pari a circa 60%- 65% e una riduzione importante del personale (anche di quello specializzato per fare i controlli) con parecchie esternalizzazioni e la proliferazione di tante micro società, causando problemi sociali, economici e anche occupazionali. Il mercato diventa dunque un monopolio privato. Luigi Einaudi, uno dei padri della Repubblica e tutt’altro che bolscevico, si batté fermamente per l’art 43 dell’Cost., asserendo che bisogna combattere la spinta alla gestione dei monopoli naturali tramite monopoli privati, utilizzando l’unico strumento efficace a nostra disposizione: il monopolio pubblico.

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