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Ripartire dalla Costituzione: l'acqua bene comune e diritto fondamentale
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 26 giugno 2010
 

“Ripartire dalla Costituzione” è il titolo evocativo assegnato all’ultimo incontro del ciclo “Seminari internazionali di Diritto Pubblico Europeo”, tenutosi alla Facoltà di Economia dell’università Federico II di Napoli.

Ripartire dalla Costituzione: l'acqua bene comune e diritto fondamentale

Padre Alex Zanotelli. Fonte: mediconadir.it

Il popolo sovrano può riprendere il proprio futuro sulla gestione dei beni comuni, spiega il professore di Diritto civile dell’Università di Torino Ugo Mattei, uno dei redattori del referendum per l’acqua pubblica; dal 1989, dalla caduta del muro di Berlino, il settore privato è stato considerato come soluzione a tutti i guai prodotti dal pubblico, infatti prima esisteva ancora uno sforzo politico ben visibile di ridurre le disuguaglianze, ribadisce il professore, che sottolinea artatamente è stata creata una contrapposizione tra il concetto di sovranità dello Stato e il mercato come sovranità dell’individuo: esiste una categoria di beni comuni che vanno al di là delle due visioni, coinvolgendo i cittadini nei modelli di diffusione del potere. Ripartire dalla Costituzione dunque, sta a significare che la vera riforma in Italia dovrebbe essere la reale attuazione dei principi costituzionali.

Invitato a partecipare alla tavola rotonda è poi padre Alex Zanotelli, missionario comboniano e ormai simbolo delle battaglie della cittadinanza in nome di una società più giusta e rispettosa dei diritti di tutti. Toccherà alla vostra generazione capire come salvare il Pianeta. Avete un compito immenso, dice con voce pacata ma decisa padre Alex rivolgendosi alla platea di giovani universitari

Dopo aver vissuto 12 anni nelle baraccopoli di Korogocho in Kenia tutto è cambiato in me. Oggi è la gente bianca che deve essere convertita, perciò ho deciso di dare una mano a quest’Italia che sta sprofondando. Viviamo in un mondo che nega il concetto di diritto: O’ Sistema, che ammazza per fame e per potere. Dove sono i diritti quando un miliardo e venti milioni di persone muoiono di fame, non perché il cibo non ci sia ma perché non si hanno i soldi per comprarlo? Il 20% dell’umanità si pappa l’80% delle risorse e prosegue: Questo 20% riesce a tenersi le risorse grazie alle armi. Ci avete fatto caso che i 24 miliardi di euro che servivano per la manovra finanziaria di correzione di Tremonti è la stessa entità che è assegnata alla Difesa? Tocca a voi immaginare uno stile di vita grazie al quale tutti possano vivere decentemente.

Riguardo all'acqua:

Avete mai pensato di privatizzare vostra madre? Dall’acqua discende la vita. Ormai l’oggetto del desiderio non è più il petrolio ma l’acqua, infatti la finanza già si sta occupando di smuovere i capitali. E’ la finanza a governare, non illudetevi, prosegue poi spiegando la necessità di riconquistare tutti insieme uno ad uno i beni comuni. Non si può vivere senza acqua e senza aria. Questi sono diritti. Quando la collettività se li riprenderà allora potremo dire di vivere in una democrazia. In nome della vita.

Alla fine dell’incontro si è data ampia possibilità ai ragazzi di fare delle domande. La prima è stata rivolta a padre Alex: Come si può promuovere il referendum per l’acqua pubblica o combattere delle battaglie quando l’informazione dei mass media è cosi palesemente manovrata da altri interessi?. Il problema dell’informazione è centrale, spiega il padre comboniano, con questa Tv non ci può essere democrazia. La società è piena di notizie ma non ha compreso la verità dei fatti, prosegue con una battuta: La più grande grazia che ho ricevuto durante il periodo nelle baraccopoli è stata perdere 12 anni di tv italiana. Ognuno di noi deve fare uno sforzo in proprio per informarsi, per esempio internet offre buon materiale. Spegnete la tv e leggete. E soprattutto non basta informarsi, è necessario che le informazioni si condividano con altre persone. Dobbiamo inventarci altre vie alternative ribadisce, padre Zanotelli.

La mia domanda invece ha riguardato il referendum sull’acqua pubblica e in particolare una nuova chiarificazione sul punto dibattuto dall’IDV, ovvero l’eventuale vuoto legislativo che potrebbe verificarsi e dunque portare la Corte Costituzionale a dichiarare illegittimi i quesiti referendari. Risponde il professore di Diritto pubblico Alberto Lucarelli, promotore della tavola rotonda e redattore del referendum: Non vogliamo mettere una bandiera bianca sul referendum prima di provare ad andare avanti come ha fatto l’IDV, redigendo un quesito che riguarda solo il Decreto Ronchi e non gli interventi pregressi di privatizzazione effettuati sul bene comune acqua. Stiamo già organizzando tre o quattro gruppi nazionali di studio che si concentreranno sugli eventuali problemi che la Corte potrebbe riscontrare. Inoltre i referendum non si inventano, sono e devono essere frutto di un percorso lungo, visto che toccano temi delicati. Rimane comunque la stranezza del cambiamento di fronte dell’IDV, che ha creato indubbiamente imbarazzo.

Modelli di governo locale in Europa:il seminario di diritto pubblico europeo
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 15 maggio 2010

Nell’Aula A2 a Monte Sant’Angelo, nel complesso universitario della facoltà di Economia della Federico II di Napoli, si è tenuto un incontro dal titolo Modelli di governo locale in Europa, nell’ambito di un ciclo di Seminari internazionali di Diritto pubblico Europeo. L’evento, primo di altri quattro, è promosso anche dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli e dalla Fondazione dell’Avvocatura Napoletana per l’Alta Formazione Forense.

Massimo Marrelli, presidente del Polo delle Scienze Umane e Sociali, durante il suo intervento di saluto, traccia un continuum tra la recente crisi greca e dell’euro e la mancanza di un diritto europeo comune, perché l’Unione Europea oggigiorno non può più essere vista come mera unione monetaria.

Il prof Alberto Lucarelli di istituzioni di diritto pubblico, spiega che incontri come questo sono fondamentali per avvicinare la ricerca universitaria alla formazione della professionalità e quindi al mondo del lavoro, mentre  riguardo alla situazione attuale di crisi aggiunge che mai come adesso le forze di mercato liberiste- anarchiche devono essere assoggettate a regole di diritto pubblico europeo, tali da disciplinare il potere economico e frenare le invasioni barbariche dei soggetti che vogliono cancellare i contropoteri e gli spazi democratici.

Per il professore, ancora, il diritto europeo deve affrontare i cambiamenti della società, prima compito degli Stati, attraverso l’introduzione di tre meccanismi: agenzie europee si rating, tassa con aliquota sui trasferimenti di capitali (ndr: la cosiddetta Tobin Tax) e politiche di controllo dell’UE. La Comunità Europea sembra assente dalla crisi, esita a comprare titoli di debito pubblico o obbligazioni aggiunge poi Lucarelli, sottolineando che io chiamo questo fenomeno Neofeudalesimo a matrice finanziaria, laddove il diritto europeo di configura come poco pubblico e su base tecnocratica.

Importantissimo è l’apporto alla discussione di Hellmut Wollmann, docente tedesco dell’Università Von Humboldt di Berlino il quale si sforza di comunicare in italiano per arrivare a tutti gli studenti la mia analisi comparativa è stata effettuata su 7 paesi europei: Ungheria, Svezia, Spagna, Italia, Grecia, Inghilterra, Francia ed è volta a tracciare le divergenze e le convergenze tra questi Stati nel processo di decentramento dei poteri pubblici, processo che nasce in risposta ad un deficit democratico, spiega poi il professore, sottolineando che due sono le modalità di governo che spiccano in questi 7 Stati presi in esame: un gruppo di paesi ha puntato sull’elezione diretta del presidente a livello locale mentre l’altro sul parlamentarismo. Inoltre per comprendere il processo di decentramento bisogna fare riferimento all’istituzionalismo storico/teorico, ovvero considerare la diversa cultura, le differenti tradizioni politiche e istituzionali che influiscono sui singoli Stati e alla diversa modalità di gestione del governo locale che può essere votata all’insegna degli interessi particolari- il modo monofunzionale, moderno - oppure di quella pubblicistica- il modo multifunzionale tradizionale”. Il professore Wollman poi, aggiunge una riflessione molto significativa ovvero confronta gli Stati attraverso i dati sul personale statale e cioè la quota di lavoratori dipendente dal governo centrale e di quella dipendente dal governo locale. In Svezia ad esempio, l’83% del personale statale è alle dipendenze dei governi locali, mentre in Italia solo il 13%, nonostante le recenti spinte a decentrare.

Chiude poi l’incontro il dottorando Giuseppe Campanelli dell’Università del Salento con il suo intervento nel quale sottolinea la necessità di analizzare i governi locali in quanto istituzioni più vicine ai cittadini e nell’ottica di una spinta contraria alla globalizzazione, fenomeno che porta a formare ordinamenti sempre più estesi. Ancora, Campanelli osserva come in Italia a livello locale si verifichi un grave deficit di tutela per le minoranze politiche infatti queste non riescono ad attaccare nel merito le deliberazioni delle Giunte (una sentenza del Tar contempla solo lo Ius ad ufficium come eccezione) e come il controllo produca solo responsabilità politiche e non giudiziarie. Inoltre tante altre stranezze affliggono il nostro paese, come per esempio l’incompatibilità di cariche tra Sindaco e Parlamentare: il sindaco non può conservare la carica se vuole entrare in Parlamento, al contrario si e in un anno, su 104 casi di incompatibilità solo 2 sono state dichiarate realmente tali, conclude sempre il dott. Campanelli.

Alberto Lucarelli: "Quello dell’IDV non è un referendum per l’acqua pubblica"
post pubblicato in Articoli pubblicati per il sito www.agoravox.it, il 5 maggio 2010
 

Alberto Lucarelli, ordinario di istituzioni di diritto pubblico all’Università degli studi di Napoli “Federico II” ed ex candidato indipendente per l’IDV alle scorse elezioni europee, è tra i redattori dei tre quesiti del referendum sull’acqua pubblica, promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Alberto Lucarelli: "Quello dell'IDV non è un referendum per l'acqua pubblica"
I tre quesiti depositati in Cassazione il 31 marzo scorso in sintesi riguardano:
  • L’abrogazione dell’art. 23 bis della legge 133/2008, il quale prevede la privatizzazione della gestione dei servizi idrici attraverso un progressivo abbassamento sotto il 50% delle quote azionarie che ancora i comuni detengono nelle ex municipalizzate.
  • L’abrogazione dell’art. 150 del d. leg. 152/2006 del “Codice dell’Ambiente” che definisce l’affidamento del servizio idrico con la gara o tramite società per azioni a capitale misto/ interamente pubblico (logica che si vuole contrastare: le spa devono remunerare il capitale e fare profitto indipendentemente dalla qualità d’offerta dei servizi alla collettività).
  • L’abrogazione dell’art. 154 comma 1 del Codice dell’Ambiente che dispone “la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’adeguatezza del capitale investito” (logica che si vuole contrastare: il 7% in più della bolletta è garantito al gestore rappresentando “l’incentivo” a fare affari con l’acqua).
Se tutto andrà come previsto, ovvero verranno raccolte minimo 500.000 firme e la Corte Costituzionale verificherà con esito positivo l’ammissibilità dei quesiti, si voterà per il referendum abrogativo nel 2011.
Il professor Lucarelli, intervistato, sostiene che il referendum abrogativo per l’acqua pubblica è “un unicum” perchè “questa è la prima volta in Italia che vengono proposti quesiti referendari ad iniziativa di una cosi ampia coalizione che proviene da quella che amo definire “cittadinanza attiva”, piuttosto che “società civile”, cioè cittadini che stanno studiando e partecipando al dibattito sull’acqua da anni e che non sono improvvisati né strumentalizzati da partiti”. In sostanza i partiti non fanno parte del comitato promotore del referendum. Inoltre il professore spiega che “da quando è entrata in vigore la legge Galli, la norma che ha dato il via al processo di liberalizzazione del servizio idrico, gli investimenti sono diminuiti di circa due terzi, le tariffe sono aumentate del 60% circa, si è verificata una dispersione/ cattivo utilizzo delle risorse pari a circa 60%- 65%, e una riduzione importante del personale (anche di quello specializzato per fare i controlli) con esternalizzazioni e la proliferazione di tante micro società provocando cosi problemi sociali, economici e anche occupazionali.”
Per leggere integralmente questa parte dell’intervista rimando a ConTesti
Il tema su cui voglio soffermarmi per Av è però questo:
G. E: Mi piacerebbe che mi aiutasse a capire, in veste anche di ex candidato indipendente dell’Italia dei valori per le scorse europee, la diatriba tra l’IDV e il Forum dei movimenti per l’acqua sulla presentazione dei quesiti referendari. L’IDV ha depositato un altro quesito sull’acqua pubblica oppure ha depositato in forma corretta un quesito già depositato in Cassazione dal partito il 17/12/2010, come ha dichiarato l’IDV Molise? Soprattutto che senso ha tutto ciò e quale referendum dobbiamo firmare?
I referendum presentati dal Forum dei movimenti per l’acqua non hanno niente a che vedere con quello presentato dall’Idv, che attacca solo e unicamente il decreto Ronchi e tende a riportarci alla situazione precedente in cui già era stata introdotta la privatizzazione delle risorse idriche: non si può affermare assolutamente che quello dell’IDV sia un referendum per l’acqua pubblica perché lascerebbe in maniera pressocchè invariata la possibilità alle società, ancorché pubbliche, di sottostare al diritto societario e cioè di non essere sottoposte al controllo della Corte dei Conti e ancora, in quanto Spa, di essere orientate ai profitti potendo anche delocalizzare e differenziare i prodotti. Le società per azioni, come ovvio, non rientrerebbero nella logica del diritto pubblico ma in quella di diritto privato. L’obiettivo chiaro del referendum per l’acqua pubblica è invece quello di gestire il servizio idrico attraverso il diritto pubblico con aziende municipalizzate o aziende speciali, soggette comunque al Comune.
G.E: Ma perché riproporre adesso il quesito da parte dell’IDV? Non si rischia cosi di far fallire il referendum o di strumentalizzarlo?
A.L.: Evidentemente l’IDV vuole salvaguardare le spa pubbliche, lasciando trapelare cosi una volontà non veramente pubblicistica. Poi c’è un problema di visibilità: l’Idv nel referendum promosso dal Forum dei movimenti per l’acqua non avrebbe potuto far parte del comitato promotore ma solo di quello dei sostenitori (dove adesso ci sono Verdi, Rifondazione, Sinistra e Libertà etc). Non da ultima la questione economica: presentandosi nel comitato promotore e raggiungendo 500.000, al di là del risultato del referendum, si incassano un sacco di soldi pubblici.
Il referendum sull'acqua. Intervista al prof. Lucarelli, redattore dei quesiti
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 4 maggio 2010

Alberto Lucarelli, professore ordinario di istituzioni di diritto pubblico dell’Università degli studi di Napoli Federico II, insieme con i docenti ordinari di diritto costituzionale e civile Gaetano Azzariti, Ugo Mattei, Luca Nivarra e con gli emeriti di diritto Gianni Ferrara e Stefano Rodotà, è redattore dei 3 quesiti referendari sull’acqua pubblica, depositati in cassazione il 31 Marzo scorso e promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Il referendum sull'acqua. L'intervista al prof. Lucarelli, redattore dei quesiti

L'acqua. (Fonte: www.paolomichelotto.it)

L' ITER DEL REFERENDUM E I QUESITI DEL REFERENDUM PER L'ACQUA PUBBLICA

Il 24 e il 25 Aprile 2010 è iniziata la campagna per la raccolta firme – ne servono minimo 500.000-  per promuovere il referendum abrogativo, dopodiché la Corte Costituzionale procederà alla verifica. Se tutto si svolgerà nei tempi previsti, si voterà nel 2011. I tre quesiti del referendum per l’acqua pubblica in sintesi riguardano:

  1. l’abrogazione dell’art. 23 bis della legge 133/2008, il quale prevede la privatizzazione della gestione dei servizi idrici attraverso un progressivo abbassamento sotto il 50% delle quote azionarie che ancora i comuni detengono nelle ex municipalizzate.

  2. l’abrogazione dell’art. 150 del d. leg. 152/2006 del Codice dell’Ambiente che definisce l’affidamento del servizio idrico con la gara o tramite società per azioni a capitale misto/ interamente pubblico (logica che si vuole contrastare: le spa devono remunerare il capitale e fare profitto indipendentemente dalla qualità d’offerta di servizi alla collettività).

  3. Abrogazione dell’art. 154 comma 1 del Codice dell’Ambiente che dispone la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’adeguatezza del capitale investito (logica che si vuole contrastare: il 7% in più della bolletta è garantito al gestore per cui c'è l’incentivo a fare affari con l’acqua).

 

L'INTERVISTA AL PROF. ALBERTO LUCARELLI

G.E.: Dal 15 Giugno 1997 non si raggiunge il quorum, e ancora, la partecipazione ai referendum abrogativi è calata sempre più – da allora in media si sono recati alle urne solo il 30% degli aventi diritto con un ulteriore abbassamento nel 2003 al 25% circa e ancora, nel 2009 la partecipazione al referendum ha coinvolto solo il 23,84% degli aventi diritto.

Secondo lei questo trend negativo di partecipazione alle urne si spiega con l’abuso delle consultazioni referendarie -i temi non stanno abbastanza a cuore ai cittadini e/o i quesiti sono troppo specifici e incomprensibili- oppure c’è qualche altra relazione che va indagata per cui non si riesce ad andare oltre lo sbarramento di validità, per esempio: il sostanziale monopolio dell’informazione, la volontà dei partiti di farli fallire etc?

 

A.L: Uno dei motivi del fallimento dei referendum è sicuramente l’iper tecnicismo dei quesiti ma anche il monopolio dell’informazione escludente altre fonti informative, troppo poco partecipativo e quindi strumentalizzato; in questo modo il referendum da strumento dei cittadini e di democrazia diretta perde la sua forza originaria e si trasforma in un mezzo etero diretto e comunque utilizzato dal sistema dei partiti. In sostanza il sistema partitocratico, che non dovrebbe svolgere una funzione dominante nell’ambito del processo referendario, riesce invece a veicolare in senso positivo o negativo il quesito.

Devo però aggiungere che questa è la prima volta in Italia che vengono proposti quesiti referendari ad iniziativa di una cosi ampia coalizione che proviene da quella che amo definire cittadinanza attiva piuttosto che società civile, cioè cittadini che stanno studiando e partecipando al dibattito sull’acqua da anni e che non sono improvvisati né strumentalizzati da partiti. Si tratta di movimenti e comitati che nascono dal basso sulla scia del fenomeno sorto a Seattle, fenomeno prima sconosciuto e che di sicuro non apparteneva alla tradizione ai paesi dell’Europa Continentale. E’dunque la prima volta in Italia che dei quesiti non vedono tra i soggetti proponenti i partiti. Questo referendum è un unicum.

 

G.E: Vuol dire che la specialità di questo referendum è quella di essere sostanzialmente promosso da cittadini informati?

A.L: Questo referendum non è improvvisato e non è strumentalizzato dai partiti politici per fini puramente elettorali e di cattura del consenso. Usare il referendum è lo strumento più vigliacco che hanno i partiti per ottenere riscontri economici perché se si raggiungono 500.000 firme (al di là dell’esito positivo o meno del referendum) si hanno dei rimborsi finanziari di lusso. I partiti utilizzano spesso i cittadini per volgari interessi di cassa e di tasche.

G.E: Ribaltando la domanda iniziale, anche i referendum abrogativi validi di fatto sono stati calpestati successivamente dalla volontà del parlamento, che non ha tenuto conto delle scelte dei cittadini decidendo spesso altrimenti. Per chiarezza riporto degli esempi:

  1. il referendum abrogativo del 1987 a cui ha votato il 67% degli aventi diritto con l’80% dei votanti che ha risposto si all’abrogazione della legge vigente sul nucleare, esigendo la chiusura delle centrali nucleari già esistenti e vietando che l’Italia producesse sul proprio territorio questo tipo di energia. Adesso con l’avvenuta approvazione della legge sullo sviluppo assisteremo il ritorno al nucleare, in barba a questa consultazione referendaria.

  2. il referendum abrogativo del 1993 a cui ha votato il 77% degli aventi diritto e con l’82,7% che ha votato si abrogando il sistema proporzionale in favore del sistema elettorale  maggioritario. Nel 2005 questa volontà è stata spazzata via con il ritorno al proporzionale (seppur con qualche correttivo) attraverso la legge elettorale “Porcellum” di Calderoli.

  3. il referendum abrogativo sempre del 1993 che ha disposto anche l’abolizione dei finanziamenti ai partiti, rientrati dalla porta come “rimborso spese elettorali” e nel 2006 estesi con il decreto “Milleproroghe”.

Alla luce anche di questa considerazione gli strumenti di democrazia diretta non sono ormai da considerare superati?

A.L: Questo è un altro fenomeno di degenerazione e in parte anche di violazione dell’assetto costituzionale nel suo complesso. Se sono state raccolte le firme necessarie e i cittadini sono stati chiamati ad esprimersi su un referendum e ancora, nel nostro sistema esiste anche la forma democrazia diretta questa va rispettata. Non deve esserci uno scontro tra democrazia della partecipazione e quella della rappresentanza anzi, la prima è un plus valore non deve assolutamente porsi in contrasto con la seconda. Il problema vero è la partitocrazia cioè le piccole lobby che si impossessano di alcune tematiche che possono portare consensi e soldi, incrociando interessi pubblici e privati o ancora peggio, sviando l’interesse pubblico verso quelli privati, tramite due modi: l’utilizzo degenerato dello stesso strumento referendario oppure l’intervento normativo volto a calpestare quanto è stato espresso in precedenza dall’istituto referendario. Questo è un fenomeno aberrante e patologico che rende evidente come la partitocrazia -e non la democrazia della rappresentanza- abbia come obbiettivo quello di annientare la volontà espressa dai cittadini a seguito del processo referendario.

G.E: Perché i cittadini preferiscono astenersi (boicottando il raggiungimento del quorum di validità del referendum abrogativo ovvero il 50%+1 degli aventi diritto al voto) che non recarsi alle urne e votare no alla domanda vuoi tu abrogare ……?

A.L.: A volte i partiti hanno spinto sull’astensionismo influenzando, attraverso le lobby e i gruppi di potere di controllo dei canali di informazione, la stampa o la tv che hanno dedicato ai temi referendari ben poco spazio. In questo caso si sceglie scientemente di boicottare i referendum e con dei metodi cosi forti e ricattatori sugli strumenti di informazione, è evidente che la partecipazione ne risenta.

Nel nostro caso però, la situazione è diversa perché non si parte dai partiti politici ma dai cittadini attivi, con una ampissima coalizione in campo (dal WWF ad ATTAC, da chi si è occupato di rifiuti ai movimenti sociali) la più grande mai avutasi dal dopoguerra e dalla nascita della democrazia in Italia. C’è sicuramente un problema di visibilità del referendum e l’esame di ammissibilità della Consulta ma al di là di questo, sarà sicuramente una straordinaria esperienza di declinazione delle varie forme di partecipazione e soprattutto una battaglia in difesa della Costituzione perché si scrive acqua e si legge democrazia: noi parliamo di beni comuni, di diritti fondamentali.

G.E: In sostanza la questione è imperniata sulla domanda se l’acqua sia un bene a rilevanza economica o un bene comune, ovvero se è più conveniente la gestione idrica a maggioranza privata -che persegue logiche di profitto- oppure pubblica. Alcuni ritengono che la gestione privata sia più efficiente e investa più di quanto il pubblico non faccia. Secondo le stime contenute in un articolo di Luca Fornovo apparso su La Stampa, il 30% dell’acqua si perde a causa di falle nelle tubature con circa 3 miliardi di euro di ricavi totali perduti all’anno per l’intero sistema-paese, mentre il dato più sorprendente per i non addetti ai lavori è che da quando è iniziata a metà degli anni ’90 la privatizzazione gli investimenti in Italia sono calati del 70% mentre le tariffe sono aumentate del 61%. Che pensa di tutto ciò?

A.L: Il decreto Ronchi ha imbarbarito il processo di privatizzazione che trae origini a metà degli anni Novanta anche in governi di centro sinistra; nel governo Prodi si era già portato avanti un provvedimento simile per i servizi pubblici essenziali attraverso il ministro Lanzillotta, anche se l’acqua veniva esclusa. All’epoca la sinistra radicale attenta a certe tematiche si oppose alla sua introduzione, ora questa componente non c’è proprio più in Parlamento. Il referendum serve dunque a frenare questo imbarbarimento in cui non si da più la possibilità ai Comuni di gestire, in economia e con soggetti di diritto pubblico, l’acqua. L’acqua è messa sul mercato, l’acqua per fare profitti, l’acqua per fare soldi. La liberalizzazione non c’entra nulla: si fa semplicemente una concorrenza per il mercato come dicono gli economisti, non una nel mercato. Infatti non c'è una vera e propria concorrenza tra due gestori che erogano lo stesso servizio, ma soltanto una rete gestita da unico soggetto che impone le proprie tariffe e che fa un piano finanziario e di investimenti salvaguardando i propri profitti. Da quando è entrata in vigore la legge Galli, la norma che ha dato il via al processo di liberalizzazione del servizio idrico, gli investimenti sono diminuiti di circa due terzi, le tariffe sono aumentate del 60% circa, si è verificata una dispersione/ cattivo utilizzo delle risorse pari a circa 60%- 65% e una riduzione importante del personale (anche di quello specializzato per fare i controlli) con parecchie esternalizzazioni e la proliferazione di tante micro società, causando problemi sociali, economici e anche occupazionali. Il mercato diventa dunque un monopolio privato. Luigi Einaudi, uno dei padri della Repubblica e tutt’altro che bolscevico, si batté fermamente per l’art 43 dell’Cost., asserendo che bisogna combattere la spinta alla gestione dei monopoli naturali tramite monopoli privati, utilizzando l’unico strumento efficace a nostra disposizione: il monopolio pubblico.

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