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Gloriaesposito Solo i fatti contano
L'8 Marzo: un'occasione per ripensare al ruolo femminile
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 8 marzo 2011

L’8 Marzo è tempo di bilanci per le donne. Lavoratrici, mogli, madri, sagge consigliere, dee della casa. Tutti ruoli che nonostante l’evoluzione della società verso l’uguaglianza, almeno formale, si assommano senza una coerenza, senza un aiuto da parte della comunità, senza adeguati servizi che possano almeno evitare sprechi di energia e di tempo per poterne alleviare, almeno in parte, il peso.

L’8 Marzo: un’occasione per ripensare al ruolo femminile

Fonte img: corriereinformazione.it

Aspettarsi tutto dalle donne e al contempo relegarle ad un ruolo marginale nel vivere quotidiano sembra un fenomeno intrinsecamente legato ad una società tradizionalmente patriarcale come l’Italia, imbrigliata da un potere temporale della Chiesa che ne ha limitato- e continua a limitarne nel concreto- la normativa su questioni etiche e civili e la valorizzazione delle differenze sessuali.

I dati del 2011 dell’Eurostat dipingono impietosamente l’Italia come fanalino di coda dell’occupazione femminile in Europa. Per quanto riguarda le donne senza figli, la media UE è del 75,8 per cento di occupazione: la Germania è all’81,8%, la Finlandia 83,2, e via via tutti gli altri Paesi; a chiudere la classifica è l’Italia al 63,9% e Malta al 56,6%. Per le madri con un figlio, invece, il tasso d’occupazione diminuisce: in media nell’Ue il tasso d’occupazione è del 71,3% con la Francia al 78%, la Gran Bretagna al 75%, la Grecia al 61,3%, l’Italia al 59% e, infine, Malta al 45%.

L’occupazione femminile, già fortemente pregiudicata in Italia dalla diffusa mentalità retrograda che rende difficoltoso alle donne l’accesso in ruoli chiavi della società, diminuisce via via che aumentano i figli, proprio a testimoniare una carenza di servizi pubblici di sostegno, quali strutture d’asilo nido etc. Un altro dato, forse più innovativo e che dovrebbe far veramente riflettere, è quello contenuto nella rubrica Vox Populi dell’11 Febbraio 2011 del Venerdì di Repubblica. La domanda che viene proposta al campione statistico (800 persone) è indicare, secondo la propria area di appartenenza elettorale, se in tempi di crisi è più grave che perda il lavoro la donna o l’uomo: per il 57% degli elettori del centrosinistra, il 69% degli elettori del centrodestra e il 65% degli elettori del terzo polo è più grave che sia l’uomo a perdere il posto.

Evidentemente, si dà per scontato che le famiglie monoreddito siano rette dal capofamiglia. Anche perché in Italia - è cosa nota- le pari opportunità si limitano alla poltrona ministeriale di Mara Carfagna.

Cos'è la fuga dei cervelli e l'Italia quanto ci perde
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 14 gennaio 2011

Quanto ci costa la “fuga” dei cervelli dall’Italia all’estero? È bene precisare innanzitutto quale sia la sua definizione. Rispetto ad un singolo paese, la “fuga” è un deflusso netto di capitale umano altamente qualificato (cioè una differenza negativa tra quanti cervelli entrano e quanti cervelli escono).

Cos'è la fuga dei cervelli e l'Italia quando ci perde

Fonte img: adriano.casissa.it

La perdita, per un determinato paese, può essere quantificata economicamente non solo dal costo sociale che implica sostenere un individuo per tutto il percorso di studi (dalle elementari all’università) ma anche dai brevetti che gli studiosi di quel paese effettuano all’estero e che diventano delle proprietà/innovazioni appartenenti ai paesi in cui sono stati realizzati (e che il loro paese d’origine in qualche modo dovrà prima o poi ricomprare).

Per quanto riguarda le cifre, l’investimento che l’Italia sostiene per i laureati che si trasferiscono all’estero, secondo l’Istat (che comunque non rileva tutti quei giovani che espatriano senza registrare il trasferimento di domicilio) ammonta complessivamente a 851.760.000 dollari – tenendo conto di 6552 unità nel calcolo più recente del 2008 – mentre per Confimprese il dato sale fino a 5 miliardi e 915 milioni di dollari. La trasmissione Giovani talenti su Radio24 ha poi stimato (su base dati Ocse) un costo per il sistema-paese di 130 mila dollari per ogni laureato.

Per quanto riguarda la perdita economica per la presenza di scienziati italiani all’estero, l’Istituto per la Competitività ha recentemente utilizzato in un suo studio, l’Hirsh Index, un indice pesato su citazioni e produzioni scientifiche. Per calcolarlo è necessario conoscere la distribuzione e la localizzazione dei brevetti tra i 20 scienziati italiani più produttivi all’estero e stimarne il valore, valore che attualizzato ammonta a 861 milioni di euro. Simulando l’andamento dei flussi di cassa per 20 anni, l’ammontare cumulato si attesta intorno ai 2 miliardi di euro. Utilizzando lo stesso criterio per tutti i brevetti prodotti dai top 20 (compresi quelli in cui essi non figurano come principali autori) il valore cumulato dei flussi di cassa sale a 3.9 miliardi di euro. Tutti soldi persi dall’Italia in soli 20 anni.

L'Italia e le occasioni perse
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 14 gennaio 2011

In Italia quante occasioni economiche abbiamo perso? La domanda necessita di una risposta articolata, anche se per ottenere un quadro complessivo della situazione si dovrebbe andare indietro con la memoria fino al Dopoguerra, per poi ripercorrere nel dettaglio tutti i momenti storici cruciali dell’Italia fino ai giorni nostri (un esempio su tutti: il caso del presidente dell’Eni Enrico Mattei che cercò di incrinare la supremazia petrolifera delle “sette sorelle”).

Un’occasione persa di grande portata economica e carica di valenza simbolica, emerge dalla classifica di Freedom House, l’organizzazione internazionale che studia il livello di libertà di stampa nel mondo, che nel 2010 relega l’Italia al 24° posto sui 25 Stati europei considerati (con performance migliore rispetto alla sola Turchia) e al 72° posto nella classifica mondiale (con Benin, Hong Kong e India, e dopo il Tonga, il Belize e il Mali).

L’occasione sprecata in questione è la mancata asta pubblica per l’attribuzione delle nuove frequenze televisive liberate dalla transizione dall’analogico al digitale. Lo Stato italiano, a differenza di Germania e Usa, ha deciso di escludere dalla gara gli operatori telefonici (con l’eccezione di Telecom Italia) e di rinunciare ai 4 miliardi di euro d’incasso che avrebbe potuto fruttare l’intera operazione se non si fosse deciso di procedere per delibere emesse dall’Autorità garante delle Comunicazioni.

Il tutto per preservare Mediaset di proprietà del presidente del Consiglio Berlusconi: l’8 aprile del 2009 infatti l’Agcom ha stabilito la suddivisione di 21 reti nazionali accese dalla tecnologia digitale, e venti sono andate di diritto, a titolo gratuito, agli operatori già detentori delle frequenze analogiche.

Altre occasioni perse che si riverberano ineluttabilmente sul sistema-paese, e dunque sull’economia, sono facilmente intuibili: la semplificazione burocratica annunciata e che non è mai stata percepita dagli operatori né dai singoli cittadini, lasciando pressocché inalterata la scarsa attrattiva italiana per gli investimenti provenienti dall’estero; una seria politica energetica che incentivasse l’energia pulita piuttosto che il ritorno controverso al nucleare; una regolarizzazione dell’immigrazione meno ottusa che riuscisse a far emergere il lavoro nero permettendo così allo Stato di incassare le imposte e i contributi Inps anche dagli stranieri ormai italianizzati; una efficace lotta alle mafie (anche attraverso segnali forti, non come avvenuto nel caso Cosentino), il cui giro d’affari – va ricordato – continua a costituire circa il 12% del Pil italiano; una legge contro la corruzione (presentata e poi tenuta in perenne stand by in commissione), fenomeno che, oltre a far perdere allo Stato 60 miliardi di euro all’anno, aggrava i costi per gli imprenditori che desiderano investire in Italia. Non ultima, in termini d’importanza, la decisione tutta italiana (in controtendenza rispetto ai paesi Ue e pure agli USA) di non puntare sulla ricerca di base proprio in tempi di crisi.

La Lega Anti Vivisezione (Lav)
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 13 dicembre 2010

La LAV, Lega Anti Vivisezione, è un’organizzazione onlus di rilevanza nazionale, che si occupa dell'abolizione della vivisezione, dei diritti e della protezione degli animali, della difesa della biodiversità e dell’ambiente e della lotta alla zoomafia.

La Lega Anti Vivisezione (LAV)

Fonte img: lav.it

L’azione dell’associazione va avanti attraverso le sedi locali e i volontari, che si battono affinché ogni forma di sfruttamento della vita animale e non, sia definitivamente debellata.

Il lavoro della LAV procede tramite le campagne di sensibilizzazione e di informazione, oltre che con l’avvio di progetti educativi rivolti ai bambini e agli adolescenti per trasmettere loro, sin dalla tenera età, il rispetto degli animali.

Nel periodo natalizio la LAV sta portando avanti, tra molte altre che sono tutt’ora in corso, l’iniziativa Vogliamo un circo più umano, che in tutta Italia si è concretizzata il 4 e 5 Dicembre scorso con stand e volontari presenti nelle principali piazze nazionali, e che è volta ad attirare l’attenzione dei più piccini sulla tematica dello sfruttamento degli animali nei circhi, divertendo e educando i bambini alla vicinanza affettiva con gli animali, e lentamente spingendo loro e i propri genitori a boicottare gli show tradizionali, in favore del circo contemporaneo che si basa solo sulle apprezzabilissime capacità umane.

Dalla campagna Vogliamo un circo umano è nata la relativa petizione nazionale che chiede l’emanazione di una legge che preveda: il divieto, alle imprese dello spettacolo circense, ivi comprese le mostre e/o esposizioni faunistiche, di ogni ulteriore acquisizione di animali; la graduale ricollocazione, entro due anni, degli animali detenuti nei circhi, nelle mostre e/o esposizioni faunistiche, presso strutture in grado di garantirne il benessere, ed il sostegno pubblico a tale attività; la creazione e il sostegno di centri di accoglienza che possano ospitare gli animali man mano non più utili nella ferma convinzione che la prigionia, l’addestramento e l’esibizione in spettacoli non siano una libera scelta dell’animale ma una costrizione e che tale costrizione, comunque attuata, è necessariamente una violenza da cui derivano sofferenze; la vita degli animali nel circo sia incompatibile con le loro caratteristiche etologiche.

Per chiunque sia interessato a saperne di più, riguardo a tutti gli eventi/iniziative/campagne/petizioni in corso della Lav, è disponibile il sito www.lav.it

La politica economica italiana proiettata nel futuro
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 13 dicembre 2010

Di che cosa dovrebbe occuparsi la politica economica di un paese? Il decisore politico, per Mario Draghi, deve “tener conto di tutti gli indicatori: soggettivi e oggettivi”, rispondendo alle “vere aspirazioni dei cittadini”.

La politica economica italiana proiettata nel futuro

Fonte img: risodegliangeli.corriere.it

La difficoltà dell’economia italiana di crescere e di creare reddito non deve smettere di preoccuparci- prosegue il governatore di Banca d’Italia nel suo discorso tenutosi in occasione del convegno in ricordo di Giorgio Fuà- ma bisogna adottare una visione ampia di benessere, non limitata alla produzione di beni e servizi quindi estesa alla qualità della vita, esortando, dunque, chi abbia responsabilità di politica economica e sociale, ad affinare le strategie di promozione dello sviluppo, per meglio adattarlo all’evoluzione delle tecnologie, dei mercati globali, del costume.

Partendo da questo ragionamento, che condivido, sono tre i settori che rappresentano nel lungo termine l’unica speranza per ogni nazione di competere con successo nel mercato globale e di svilupparsi: la cultura, la conoscenza, lo spirito innovativo. La situazione italiana odierna, invece, è ben lungi dal perseguire questi obbiettivi, e lo stesso Draghi lo sottolinea: L’inazione ha costi immediati. Privilegiare il passato rispetto al futuro esclude dalla valutazione del benessere la visione di coloro per cui il futuro è l’unica ricchezza: i giovani. La mobilità sociale persistentemente bassa che si osserva in Italia deve allarmarci.

Barack Obama, in USA, ha chiaramente spiegato che i settori su cui si investirà saranno soprattutto la cultura e la ricerca. Dello stesso avviso sono i governi europei. Ad eccezione proprio dell’Italia, che sta effettuando ingenti tagli nei settori chiave, senza minarne, aimè, gli sprechi ma le fondamenta stesse. Potremmo dirci che è importante tagliare la spesa pubblica per non aumentare ancor di più lo strutturale ingente debito italiano e, dunque, evitare di pagare in futuro interessi sul debito pubblico esorbitanti; ma quello che i politici tralasciano volutamente di spiegare ai cittadini è che il problema non è il debito in sé, ma l’aumento degli interessi da pagare sul debito emesso in rapporto alla velocità di crescita del paese. L’Italia non cresce, né sembra plausibile un sostanziale miglioramento nel suo PIL di medio- lungo termine.

Senza contare la politica monetaria della BCE, che va tutta in altra direzione, vorrei riprendere Keynes e la teoria del supporto statale alla domanda. In soldoni, lo Stato dovrebbe intervenire aumentando la spesa pubblica (senza sprechi e ruberie della politica e delle cricche) almeno nel periodo di crisi, per creare nuovi posti di lavoro ed alzare gli stipendi per chi già lavora, affinchè le famiglie possano spendere di più e dunque, stimolare la produzione di beni delle aziende, scuotendo così l’intera economia.

In Italia fondamentale sarebbe poi il controllo per debellare l’evasione fiscale, la lotta alla criminalità e quella alla corruzione; l’investimento di risorse in cultura, ricerca e innovazione (puntando sui giovani e intervenendo sul nero precariato); i tagli alla burocrazia per stimolare l’iniziativa imprenditoriale (l’Italia è al 27 posto nella classifica della Banca Mondiale dopo gli Emirati Arabi, la Repubblica Ceca ed il Cile per difficoltà di incominciare un’attività imprenditoriale, mentre ai primi posti troviamo Danimarca, Canada e USA); le politiche per dare ai cittadini più diritti, senza dimenticare gli immigrati, i quali potrebbero uscire dall’economia sommersa e, con una legge che faciliti la regolamentazione e l’ottenimento della cittadinanza, pagare anche le tasse come tutti; le politiche volte a stimolare la partecipazione delle donne alla vita pubblica (i paesi più sviluppati hanno un tasso di occupazione femminile maggiore rispetto a quelli meno industrializzati); la redistribuzione dei redditi per permettere a più denaro di circolare nell’economia; politiche volte a svecchiare le istituzioni e i più alti livelli dell’impresa, incentivando la formazione e l’occupazione dei giovani talentuosi.

Qualcuno potrebbe obiettare che questo è quello che vorrebbero tutti. Ma dove si potrebbero trovare le risorse necessarie? Inizierei partendo dalle briciole, per esempio, dalla restituzione dei 25 miliardi di euro di tagli contenuti in finanziaria, scippati alla cultura e all’istruzione, alla sanità e alla giustizia: recupererei una quota delle risorse dai 140 miliardi di euro che ci costa l’evasione e dai 60 miliardi all’anno che brucia la corruzione, oppure ancora, altri spiccioli li drenerei dai 750 milioni di euro stanziati per il proseguimento di quest’anno della missione di pace (?!) in Afghanistan.

Qualche altro spreco, come i 4 miliardi di euro all’anno che si spendono in auto blu, si trova sempre, purchè si abbia la volontà di cambiare le cose. Ma i piccoli interventi economici selettivi contro le caste, in Italia, si chiamano utopia.

Un altro mattone nel muro
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 13 dicembre 2010

“We don’t need no education, we don’t need no talk control” cantavano, a ben ragione, i Pink Floyd a metà degli anni ’60, quando un’altra concezione di istruzione e di società sembravano a portata di mano.

La canzone Another brick in the wall , invece di rappresentare gli studenti, oggi potrebbe benissimo riferirsi ai docenti precari e alla loro necessità di trovare un proprio ruolo nel mondo.

Il libro, ben scritto e molto scorrevole, ripercorre la travagliata e anche divertente carriera della giovane trentatreenne Elvira Godono, laureata in Lettere Moderne e con un curriculum di produzioni da paura.

La scrittrice, dopo aver tentato la carriera universitaria, si ritrova catapultata nella docenza dopo vari corsi di abilitazione, che ovviamente – manco a dirlo- non abilitano proprio a nulla. Dovrà contare solo su stessa per interagire con gli alunni, che a ben vedere sono l’altra faccia della medaglia del susseguirsi di riforme che anch’esse non riformano un bel niente, ma sembrano capaci solo di tagliare la carta igienica.

Mentre mi passavano dinanzi ricercatori assunti dopo aver scritto un solo articolo, o professori associati senza aver scritto neanche un libro, io capitavo, per caso, nella scuola, concentrando in soli tre anni l’esperienza di dieci classi, spiega nel libro la stessa autrice, che si inserisce caratterialmente nella particolare categoria del docente Masaniello cioè quello che, nonostante le interminabili difficoltà di tutti i giorni, continua a chiedersi che cos’é l’empatia? e crede ancora che la pratica dell’insegnare nasca soprattutto dall’ascolto e dalla comprensione di diverse esperienze di vita.

Anima, dunque, nello scambiare il sapere; anima nel fare bene il proprio lavoro, qualunque esso sia, anche se nelle peggiori e nelle più dequalificanti condizioni. Anima nell’avere a cuore l’altro. 

Another brick in the wall, insomma. Un sacrificio ineluttabile per una rivoluzione mancata.

Parte II: commento alla relazione di Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 26 novembre 2010
 

Nella prima parte dell'articolo, si è affrontato il tema della produttività e della competitività italiana rispetto all'Europa e all'emergente Asia. In questa seconda parte, invece, si affrontano altre due questioni di forte attualità: gli "indicatori di benessere" e "il compito della politica economica", esaminati nell’intervento di Mario Draghi dal titolo “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica”, tenutosi al convegno in ricordo di Giorgio Fuà all’ISTAO- Facoltà d’Economia “G. Fuà”.

Parte II: commento alla relazione di Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia

Fonte img: webalice.it

Il secondo paragrafo dell’intervento si intitola Indicatori di benessere e sprona a considerare oltre il tradizionale tema della quantità di merce prodotta [il PIL, ndr] anche altri fattori, altrettanto importanti, che caratterizzano l’economia di un paese, ovvero tra gli altri l’equilibrio con l’ambiente naturale, il senso di soddisfazione o alienazione che caratterizza il lavoro, che citava lo stesso Fuà. Nel valutare il livello di benessere, la Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress, nominata da Sarkozy e presieduta dal premio Nobel Joseph Stiglitz, propone di tenere conto della ricchezza cioè del risparmio accumulato nel tempo dalle famiglie, oltre che dei flussi di reddito e di consumo. Negli anni più recenti l’insicurezza dei rapporti di lavoro, il ridimensionamento del sistema di protezione sociale pubblico, l’invecchiamento della popolazione hanno reso i flussi di reddito, percepiti e attesi, meno regolari (…). Il risparmio accumulato è essenziale nell’attutire gli effetti delle incertezze della vita, nel far sentire le persone meno vulnerabili. Il capitale materiale e immateriale di cui i giovani dispongono all’inizio della vita adulta, grazie ai trasferimenti che ricevono dalla famiglia, condiziona le loro scelte e i loro destini.

Implicitamente Draghi spiega che i giovani che hanno alle spalle una famiglia agiata hanno delle possibilità; chi è povero in partenza rimarrà tale, senza chance di riscatto (siamo tornati al 1800, manca solo il voto su base censitaria!). Altra verità che sembra venire a galla dal discorso è che l’unico ammortizzatore reale è la famiglia, che attraverso i risparmi accumulati con il lavoro continua a finanziare i costi di mantenimento dei figli che non riescono a trovarne uno che possa garantire anche a loro un futuro. L’intervento prosegue poi con la disamina dell’Indice di Sviluppo Umano (HDI) del Development Programme delle Nazioni Unite che con peso uguale rileva tre componenti: il reddito pro capite, il livello di istruzione, la speranza di vita alla nascita. Da un indicatore oggettivo si passa poi ad uno soggettivo, basato sulla valutazione individuale, chiedendo alle persone quanto sono soddisfatte della vita che conducono, domanda che compare anche nell’Eurobarometro, sondaggio che la Commissione Europea somministra dagli anni ’70. La quota di italiani che si dichiarano abbastanza o molto soddisfatti cresce dal 58% nel 1975 all’80% nel 1991; da allora oscilla intorno ad un trend costante che tra il 2005-2010 si chiude intorno al 70%. Questa dinamica è allineata con il PIL pro capite fino a metà degli anni 90; dopo, l’indice di soddisfazione piega verso il basso, più della decelerazione del prodotto per abitante.

 Il terzo paragrafo Il compito dell’economia politica, sembra voler spingere il decisore politico a tener conto di tutti gli indicatori: soggettivi e oggettivi rispondendo alle vere aspirazioni dei cittadini. La difficoltà dell’economia italiana di crescere e di creare reddito non deve smettere di preoccuparci dice Draghi ma, riprendendo Fuà, sottolinea che bisogna adottare una visione ampia di benessere, non limitata alla produzione di beni e servizi quindi estesa alla qualità della vita inducendo chi abbia responsabilità di politica economica e sociale ad affinare le strategie di promozione dello sviluppo, per meglio adattarlo all’evoluzione delle tecnologie, dei mercati globali, del costume. La paura è quella di cadere nel lungo gelo dell’economia italiana come successe nel Seicento, quando in tre generazioni, da paese relativamente ricco, l’Italia divenne paese sottosviluppato importatore di manufatti, dominato da una casta di possenti proprietari agrari(…). Per lo storico Cipolla le ragioni erano soprattutto interne: salari non coerenti con la produttività del lavoro, un elevato carico fiscale, un difetto di capacità imprenditoriale che impedì di cogliere i mutamenti nella domanda; il potere e il conservatorismo caratteristici delle corporazioni in Italia. Le stesse problematiche potrebbero riproporsi anche nell’attuale crisi, sembra suggerire Draghi: gli indicatori delle organizzazioni internazionali, sia pure con le criticità prima esposte, ci dicono che gli italiani sono mediamente ricchi, hanno un’elevata speranza di vita, sono in gran parte soddisfatti delle loro condizioni: l’inazione è sostenibile per un periodo anche lungo; potrebbe generare un declino protratto. L’inazione però ha costi immediati (…). Privilegiare il passato rispetto al futuro esclude dalla valutazione del benessere la visione di coloro per cui il futuro è l’unica ricchezza: i giovani. La mobilità sociale persistentemente bassa che si osserva in Italia deve allarmarci. Studi da noi condotti mostrano come, nel determinare il successo professionale di un giovane, il luogo di nascita e le caratteristiche dei genitori continuino a pesare molto di più delle caratteristiche personali. Come il livello di istruzione. Il legame tra risultati economici dei genitori e dei figli appare tra i più stretti nel confronto internazionale.

Un’Italia vecchia dunque, bloccata, in cui i giovani sono costretti a continuare le professioni dei padri per non ritrovarsi disoccupati. Per Draghi la cura è la seguente: Dobbiamo ritornare a ragionare sulle scelte strategiche collettive, con una visione lunga. Cultura, conoscenza, spirito innovativo sono i volani che proiettano nel futuro. La sfida, oggi e nei prossimi anni, è creare un ambiente istituzionale e normativo, un contesto civile, che coltivino quei valori, al tempo stesso rafforzando la coesione sociale.

Il rimedio alla crisi è questo: puntare al futuro, sui giovani, sul benessere e sulla qualità della vita, oltre che sul portafogli. Lo sapevamo già, ma detto da Draghi fa tutto un altro effetto.

Parte I: commento alla relazione di Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 26 novembre 2010
 

“L’Italia non è il paese dei balocchi” ha dichiarato Gianfranco Fini dal palco della convention nazionale del FLI. E l’intervento di Mario Draghi dal titolo “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica” tenutosi al convegno in ricordo di Giorgio Fuà all’ISTAO- Facoltà d’Economia “G. Fuà” ha spiegato benissimo il perché.

Parte I: commento alla relazione di Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia

Fonte img: notizie.tiscali.it

La prima parte della relazione del governatore Draghi si intitola Il problema della crescita dell’economia italiana e riporta subito qualche dato europeo e mondiale per contestualizzare i cambiamenti che ci troveremo ad affrontare di qui a cinque anni: Secondo le stime del FMI, la quota dell’area euro nel PIL mondiale, pari nel 2000 al 18 per cento, scenderà al 13 per cento nel 2015. Nello stesso periodo la quota dei paesi emergenti asiatici raddoppierà, dal 15 al 29 per cento. Premesso questo, Draghi passa alla valutazione dell’economia italiana: La nostra economia risente più delle altre del mutamento radicale negli equilibri economici mondiali. Essa manifesta da anni un’incapacità di crescere a tassi sostenuti; l’ultima recessione ha fatto diminuire il PIL italiano di quasi sette punti.

Riassumendo in termini ancora più chiari: l’Italia è il fanalino di coda di un’Europa che nei prossimi 5 anni perderà sempre più terreno in termini di PIL, e dunque di crescita economica, rispetto alla Cina, all’India e alle cosiddette tigri asiatiche: Taiwan, Sud Corea, Singapore, Hong Kong. Se l’Europa non ride, l’Italia purtroppo piange, a causa di un’evidente perdita di competitività rispetto ai nostri principali partner europei perché in particolare, già tra il 1998 e il 2008 secondo i dati disponibili, si registra la difficoltà italiana ad incrementare la produttività del lavoro che in Germania è aumentata del 22 per cento, in Francia del 18 mentre in Italia solo del 3.

La relazione prosegue poi con le cause che rallentano l’incremento della produttività del lavoro, cioè i marcati e persistenti dualismi nella dimensione delle imprese, nel mercato del lavoro che Fuà definiva modello di sviluppo tardivo riguardo all’Italia, ovvero una difficoltà di introdurre in modo generalizzato le tecniche organizzative e produttive sviluppate nei paesi leader. Ciò produceva a sua volta una divisione tra imprese moderne e premoderne – una spiegazione che ricorda l’analisi dell’economia irlandese a struttura duale di sviluppo nel periodo precarestia, cioè precedente agli anni 1945-49, condotta da Lynch e Vasey – che comportava una dimensione media delle imprese italiane ridotta nel confronto internazionale. Anche oggi questo processo rende difficoltoso, specialmente per quelle più piccole, l’innovazione, che riguarda principalmente i prodotti e la loro diversificazione. Per quanto concerne, invece, il dualismo nel mercato del lavoro, Draghi sottolinea l’aumento dell’ occupazione irregolare, che è stimata al 12% del totale delle unità di lavoro e prosegue chiarendo che le riforme attuate diffondendo l’uso di contratti a termine, hanno incoraggiato l’impiego del lavoro, portando ad aumentare l’occupazione negli anni precedenti alla crisi, più che nei maggiori paesi dell’area dell’euro; ma senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità. In quest’ottica sarebbe sbagliato non richiamare l’importante teoria dell’ efficiency wages che delinea la necessità di uno stipendio adeguato (maggiore di quello di riserva che comporta indifferenza per l’individuo tra il lavorare o meno) che renda conveniente per il lavoratore rimanere nell’impresa – che l’ha formato e ha sostenuto costi considerevoli per l’accumulazione di capitale umano – e che ha un impatto notevole sulla produttività del lavoro perché il sentirsi bene incentiva a lavorare bene (Blanchard, Macroeconomia). Necessario anche il richiamo alla teoria del consumo fondata sull’allocazione intertemporale della spesa, che semplificata al massimo asserisce che l’individuo non spende solo in base al reddito corrente (dunque disponibile a breve) ma anche a quello che si aspetta riceverà durante tutto l’arco della vita. Questo meccanismo spiega perché la precarietà, caratterizzata da nessuna sicurezza lavorativa, provochi globalmente – oltre al calo della produttività del lavoro – la diminuzione dei consumi.

Altre motivazioni per la lentezza italiana nell’incremento della produttività, Draghi le ravvisa nell’interruzione dell’impegno a liberalizzare il settore dei servizi e nel difetto di social capability (termine mutuato da Fuà), ovvero la mancanza di un quadro politico e giuridico, di un sistema di valori, di una mobilità sociale, di un genere d’istruzione, di una disponibilità di infrastrutture tali da favorire lo sviluppo economico moderno.

Il discorso prosegue con la crescita del prodotto per abitante in Italia si va riducendo da tre decenni (…). Talvolta viene notato come questi andamenti siano medie di un Nord allineato al resto d’Europa e di un Centro-Sud in ritardo. Ma così non è. Anche se le carenze di social capability sono più marcate nel Mezzogiorno (…) la stagnazione della produttività nel decennio precedente la crisi è stata uniformemente diffusa sul territorio. È un problema del paese.

Il sito- provocazione: 'Giovani disposti a tutto? Non più!'
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 26 novembre 2010

Giovanidispostiatutto.com è chiaramente un sito-provocazione che è stato pubblicizzato attraverso le bacheche e sui muri delle maggiori università italiane.

Il sito- provocazione: 'Giovani disposti a tutto? Non più!'

Fonte img: giovanidispostiatutto.com

Eppure descrive efficacemente, attraverso il messaggio satirico, lo scollamento tra i giovani iperspecializzati in cerca di un lavoro qualunque, anche dequalificante purché minimamente retribuito, e la vecchia generazione di privilegiati che sfrutta a piene mani le nuove leve. L’introduzione al sito è emblematica. Nella home campeggia 'Sei giovane e di belle speranze?' Sarebbe meglio giovane e basta.

Esilaranti e allo stesso tempo tragici gli annunci satirici: Gruppo Bancario cerca laureati con Master in Ingegneria finanziaria capaci di campare senza soldi oppure Network della comunicazione cerca giovani talenti pronti a farsi sfruttare in silenzio o ancora, Immobiliare cerca neolaureati felici di vivere per sempre in casa dei genitori e così via, senza tregua.

Da qualche giorno però è comparso, come un marchio, una sorta di rivoluzione Giovani NON PIU' disposti a tutto che rimanda ad un altro sito web www.nonpiu.it, che finalmente palesa la regia dell’intera operazione: Giovani non più disposti a tutto è una campagna lanciata dai giovani della CGIL addosso a molti altri giovani e a tutti quelli che l’hanno letta, notata. È nata con una provocazione anonima. Bene, adesso non è più anonima. Ma rimane una provocazione, questo sì. Una denuncia per dare un nome alle cose. E la realtà dei giovani che cercano lavoro ha nomi molto precisi: umiliazione, sfruttamento, frustrazione, rabbia. Rabbia, ecco il punto. La campagna è stata pensata per appoggiarsi sulla rabbia che già esiste e costruire qualcosa. Insieme, perché ciascuno da solo non si salva. Per trasformare la rabbia in cose molto concrete. Cose migliori di quelle che vediamo e che viviamo. Adesso la campagna deve farsi rete, deve diventare proposta e poi trasformarsi in azione. Si articolerà in nodi locali, aperti a tutti. Sarà uno spazio per riprendere la parola e farla sentire anche a chi non vorrebbe, per lanciare grandi richieste e grandi battaglie. Stiamo già sostenendo alcune prime proposte. Facciamole diventare il punto di partenza di un progetto di azione e cambiamento. Il progetto di trasformazione della rabbia di tanti in tanti futuri migliori.

E’ prevista per il 27 Novembre a Roma la manifestazione della CGIL sul tema giovani e lavoro. I cortei partiranno alle 9.00 da Piazza della Repubblica e Piazza dei Partigiani e si concluderanno a Piazza San Giovanni per gridare: Mentre il mondo ci dice che dobbiamo essere disposti a tutto, noi invece diciamo NON PIÙ.

'Inchiesta su Gesù' di Corrado Augias e Mauro Pesce
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 6 novembre 2010

E' un libro interessante e a sorpresa, molto scorrevole e di facile comprensione.

Corrado Augias, attraverso domande dirette e di rara cultura al biblista e professore di Storia del Cristianesimo all’Università di Bologna Mauro Pesce, coautore del volume, cerca di tracciare i contorni del Gesù storico: l’uomo, nella sua fisicità di carne, sangue e muscoli, e lo sguardo, la parola, il gesto benedicente o violento, a volte, prima che la liturgia, la dottrina, il mito trasformassero la sua memoria in culto, il culto in fede, la fede in una delle grandi religioni dell’umanità, come si può leggere nella prefazione dello stesso Augias.

Una ricerca della verità, dunque, che va al di là delle forzature su cui anche il cristianesimo basa spesse volte i suoi dogmi di fede.

Un punto straordinario di analisi, su cui non ci si sofferma mai a sufficienza perché sempre più messo da parte, man mano che i secoli passavano, dalla Chiesa Cattolica, è che Gesù, Yeshua ben Yosef, era ebreo. In particolare, Gesù viveva profondamente l’osservanza alla Legge (ndr della Torah) e molte delle sue idee e parole, molte delle sue azioni si comprendono solo se le si vede come manifestazioni del suo ebraismo. Cristo era innovatore perché assurgeva a sua missione l’attenzione verso gli umili e i poveri, concetto rivoluzionario in una società fortemente oligarchica, ma al contempo era anche conservatore perché ebreo praticante, anzi zelante, e parlava soltanto agli ebrei: la novità verificatasi nell’ultimo mezzo secolo di studi biblici, è stata proprio il recupero, la riscoperta, dell’ebraicità di Gesù, laddove in precedenza l’antiebraismo cristiano tendeva a farne addirittura un critico della religione ebraica. Perché, dunque, questo insabbiamento del contesto ebraico in cui Gesù si muoveva? Gli autori lo spiegano così: accade però che, a partire dalla seconda metà del II secolo, i suoi seguaci, nella stragrande maggioranza, non furono più gli ebrei e il suo messaggio, per conseguenza, cominciò ad essere interpretato alla luce di una nuova teologia.

Il recupero dell’ebraicità di Gesù attraverso studi approfonditi si ebbe solo dopo l’Olocausto, in tempi perciò relativamente recenti.

Un altro spunto interessante contenuto nel libro, che si può ritrovare anche in un altro volume I figli del Graal di Laurence Gardner che tratta approfonditamente della figura di Maria Maddalena, è che molti storici sostengono che le vicende relative alla nascita di Gesù da una ‘vergine’ non erano presenti nella tradizione orale antecedente ai testi canonici. Sarebbero un inserimento successivo, motivato principalmente dalla necessità di mostrare che la vita di Gesù portava a compimento alcune profezie della Bibbia ebraica.

Ancora, su Maria Maddalena: i vangeli non dicono che la Maddalena fosse una prostituta (…) La sua trasformazione in prostituta è avvenuta solo a partire dal VI secolo in Occidente e poi si aggiunge che questa donna non poche volte viene considerata spiritualmente superiore a discepoli famosi. Nel finale del Vangelo di Tommaso Gesù la difende da Pietro che vorrebbe escluderla: Simon Pietro disse loro: ‘Cacciate via Maria, perché le femmine non sono degne della vita’. Gesù disse: ‘Io le insegnerò a diventare maschio, perché anche lei possa diventare uno spirito vivo simile a voi maschi. Poiché ogni femmina che si farà maschio entrerà nel regno dei cieli’. Nel Vangelo di Maria di Magdala si legge di Levi, un discepolo, che rimprovera Pietro dicendo: 'se il maestro l’ha resa degna chi sei tu per respingerla? Certamente il maestro la conosceva molto bene. Egli l’ha amata più di noi'.

Un libro intenso e formativo, dunque, e non privo di analisi anche rivoluzionarie per chi non è un tecnico studioso di storia del cristianesimo: Gesù era un ebreo che non voleva fondare una nuova religione. Non era cristiano. Era convinto che il Dio delle Sacre Scritture ebraiche stesse cominciando a trasformare il mondo per instaurare finalmente il suo regno sulla terra. Era del tutto concentrato su Dio e pregava per capire la sua volontà e ottenere le sue rivelazioni, ma era anche del tutto concentrato sui bisogni degli uomini, in particolare i malati, i più poveri e coloro che erano trattati in modo ingiusto, scrive il professor Mauro Pesce nella sua postfazione.

Sono convinto che la ricerca storica non compromette la fede, ma neppure obbliga a credere. Certo, a volte mette in crisi alcuni aspetti dell’immagine confessionale di Gesù, ma questo porta a una riformulazione della fede, più che a una sua negazione scrive Augias nella prefazione, citando la frase chiave del biblista a proposito dell’ approccio all’approfondimento contenuto nel libro.

 Inchiesta su Gesù, perciò, è un volume assolutamente da leggere (e rileggere).

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