.
Annunci online

Gloriaesposito Solo i fatti contano
Quattro sì e un solo no: al governo

PRIMO PIANO

VINCE L’ITALIA, PERDE SILVIO.

di Gloria Esposito


Diciamocela tutta: il terreno su cui  

si è combattuto il referendum non
è quello tra opposte
posizioni su temi fondamentali
come acqua,
nucleare, e l’uguaglianza di tutti
i cittadini di fronte alla legge. In
ballo, il 12 e 13 giugno, c’era il
confronto tra la partecipazione
cittadina alla vita democratica
del proprio Paese e la volontà
affaristica delle lobby economiche
che dettano le strategie alla
politica. Lo testimoniano lo spazio
risicato che il referendum ha
avuto nei mass media tradizionali
e il travagliato percorso politico
che ha preceduto il voto, ma anche
l’atteggiamento del Goveno,
che pur di non sottostare alla volontà
popolare ha sostenuto una
calendarizzazione che affossasse
il referendum, fissando la consultazione
popolare rispettivamente
un mese e due settimane dopo il
primo turno delle amministrative
e i ballottaggi. Non solo: l’esecutivo
nazionale ha inserito la
moratoria di un anno sul nucleare
nel decreto legge Omnibus,
una scelta che di fatto avrebbe
potuto impedire agli elettori di
pronunciarsi sulla questione con
specifico riferimento alla localizzazione
delle centrali. È stato
solo grazie alla Cassazione, che
ha accolto l’istanza dell’IDV di
trasferire il quesito abrogativo
sulle norme approvate recentemente
dal governo, se il referendum
sul nucleare è approdato
alle urne, nonostante l’ulteriore
rischio, pur corso, di non fare
in tempo a ristampare le schede
con il nuovo testo contenuto
nel decreto Omnibus e con la
possibilità, paventata fino all’ultimo,
di annullare la votazione
espressa precedentemente degli
italiani all’estero perché tenutasi
in merito al vecchio quesito. Infine,
il Governo ha fatto di tutto
per lasciare in secondo piano la
questione (sicuramente più politica)
del legittimo impedimento
a comparire in udienza penale,
previsto per le cariche di Presidente
del Consiglio dei Ministri
e Ministri.
Ciò nonostante, l’affluenza
all’urne fin dalle prime ore è
sembrata alta, tanto da rendere
possibile uno straordinario 57%
di votanti (il quorum non si raggiungeva
dal 1995). E’ vero che
a sinistra si è tentato di politicizzare
il referendum, in particolare
con la promozione del quesito
sul legittimo impedimento, ma è
pur vero che la consultazione e
l’enorme consenso che è riuscita
a ottenere, non può non essere
letta alla luce del crescente bisogno
degli italiani di partecipare
attivamente alla costruzione di
una visione diversa di società,
in questo periodo al culmine
dell’immobilismo.
Quello che è soffiato a giugno è
un vero e proprio vento di rinnovamento,
che ha visto come
protagonisti i giovani e come
principale strumento di diffusione
internet. Lo dimostra lo
straordinario successo di “Battiquorum”,
un gruppo creato su
Facebook che in pochi giorni ha
ottenuto centinaia di migliaia di
contatti.

Ma su cosa sono stati chiamati a
decidere gli italiani?
In primo luogo sulla gestione
dell’acqua, oggetto dei primi due
quesiti promossi dal Forum italiano
dei movimenti per l’acqua
(FIMA) e passati rispettivamente
con il 95, 7% di sì contro il
4,3% di no e il 96,1% di sì contro
il 3,9% di no.
In questo caso si trattava
dell’abrogazione delle norme
che consentono di affidare la
gestione dei servizi pubblici locali
a operatori privati (art. 23
bis -dodici commi- della Legge
n. 133/2008), e dell’abrogazione
parziale della legge (art. 154 del
Decreto Legislativo n. 152/2006 limitatamente a parte del comma
1) che stabilisce la determinazione
della tariffa per l’erogazione
dell’acqua, il cui importo
ad oggi prevede anche la remunerazione
per il capitale investito
dal gestore.
Per il FIMA, i cittadini dovevano
votare sì al primo quesito
per impedire “l’accelerazione
sulle privatizzazioni imposta dal
Governo” e “la definitiva consegna
al mercato dei servizi idrici
in questo Paese”. Una politica,
quella del nostro esecutivo, in
assoluta controtendenza rispetto
a quelle degli altri Paesi: “mentre
il governo Berlusconi varava la
legge che bocciava il gestore pubblico
dell’acqua, facendolo finire
in serie B e costringendolo per
legge a restare in minoranza nelle
aziende quotate in Borsa, grandi
città come Parigi, Berlino, Johannesburg,
Buenos Aires, Atlanta,
Monaco di Baviera, comprese
quelle che per decenni avevano
sperimentato la gestione privata
decidevano di puntare sul pubblico”,
scriveva Antonio Cianciullo
su Repubblica, indicando come
particolarmente significativa la
scelta di Parigi che ha preso la
decisione di “ far tornare l’acqua
in mano pubblica togliendola alle
due multinazionali francesi (Veolia
e Suez) che gestivano il servizio
da 25 anni”. Secondo i dati
del Comitato per il sì, infatti, “le
perdite di rete registrate in Francia
dai due principali gruppi privati
del settore vanno dal 17 al 27
%, contro il 3-12 % della gestione
pubblica con un risparmio di 30
milioni di euro all’anno”.
Il terzo quesito (abrogazione
dell’art. 5 comma 1 e 8 dl
31/03/2011 n.34, convertito
con modificazioni dalla legge
26/05/2011 n.75) riferito al nucleare,
promosso dall’Italia dei
Valori e passato con il 94,6% di sì
contro il 5,4% di no, è stato il più
tormentato. Soprattutto per le dichiarazioni
pubbliche che l’hanno
accompagnato: “Se fossimo
andati oggi a quel referendum –
dichiarò Silvio Berlusconi subito
dopo l’approvazione del decreto
Omnibus - il nucleare in Italia
non sarebbe stato possibile per
molti anni a venire. Abbiamo introdotto
questa moratoria responsabilmente,
per far sì che dopo un
anno o due si possa tornare a discuterne
con un’opinione pubblica
consapevole. Siamo convinti
che il nucleare sia un destino ineluttabile”.
Una dichiarazione che
lasciava trasparire un’inquietante
strafottenza del premieri rispetto
alla eventuale bocciatura degli
italiani sul ritorno al nucleare.
Anche in questo caso la decisione
del Governo di portare avanti la
politica delle centrali era in controtendenza
rispetto agli altri Paesi
europei (in testa la Germania
che spegnerà i 17 reattori presenti 

nel suo territorio) e alla stessa Ue
che, dopo il disastro Fukushima,
aveva ordinato test di resistenza
sulle centrali europee “per verificare
se sono in grado di reggere a
eventi straordinari quali terremoti,
tsunami e attacchi terroristici”.
Ma per il Comitato per un’alternativa
energetica le ragioni per il
voto contro la costruzione di centrali
nucleari in Italia erano anche
altre: “L’energia nucleare non è
abbondante – si legge in una nota
- ma serve solo a produrre energia
elettrica, che rappresenta nel
mondo meno di un terzo del bilancio
energetico. Alla produzione
di energia elettrica, l’energia
nucleare fornisce un contributo
pari al 15%, a fronte del 66% rappresentato
dai combustibili fossili
come petrolio e carbone.
A questo ritmo di consumo, secondo
il rapporto congiunto del
2008 dell’AIEA e della NEA,
Agenzia dell’OCSE - c’è uranio
fissile per 50-70 anni, a seconda
che si tratti di risorse “ragionevolmente
assicurate” o di “risorse
stimate”. L’energia nucleare non

è pulita: dosi comunque piccole
di radiazioni, sommandosi al
fondo naturale di radioattività,
possono causare eventi sanitari
gravi (tumori, leucemie,effetti
sulle generazioni future) ai lavoratori
e alle popolazioni, nel
funzionamento “normale” degli
impianti e, ovviamente, nel
caso di incidenti; resta irrisolto
il problema dei rifiuti radioattivi,
materia tuttora di ricerca, dopo
il fallimento della prospettiva di
utilizzare strutture saline. L’energia
nucleare non è a basso costo:
la complessità del ciclo del combustibile,
i dispositivi sempre
più impegnativi per mitigare
l’impatto sanitario degli impianti
sono alla base della lievitazione
del costo dell’energia prodotta e
della situazione di stallo nei paesi
più avanzati. Oggi, mentre il
costo del kWh nucleare continua
a crescere, i costi delle fonti rinnovabili
diminuiscono ogni anno
e la loro diffusione cresce in
modo esponenziale; si aggiunge
poi il rischio di proliferazione –
certificato nel 1980, per qualsiasi
ciclo del combustibile nucleare,
dallo studio INFCE delle Nazioni
Unite - e di terrorismo”.
Per quanto riguarda l’ultimo
quesito, quello sul legittimo impedimento
promosso dall’IDV e
passato con il 95% di sì contro
il 5% di no (abrogativo dell’art
1, commi 1, 2, 3, 5 e 6 e dell’art
2 della legge 7 aprile 2010, n.
51), si è speso più volte per il
sì Marco Travaglio, particolarmente
chiaro nel motivare la sua
scelta in un articolo scritto per
l’Espresso: “La legge deve essere
uguale per tutti, anche e soprattutto
per i governanti. Come
del resto è in tutte le democrazie,
dove non è prevista alcuna speciale
immunità-impunità. Anzi,
in alcuni Paesi come la Francia,
siccome i ministri non devono
essere parlamentari, non godono
neppure delle speciali garanzie
che tutelano gli eletti dal popolo:
possono essere addirittura
arrestati, intercettati, perquisiti
e indagati per reati di opinione.
In Italia i membri del Governo,
se commettono reati nell’esercizio
delle loro funzioni, vengono
processati dal Tribunale per i
resti ministeriali, ma solo se la
Camera di appartenenza concede
l’autorizzazione a procedere.
Restano dunque fuori i reati comuni,
quelli sganciati dalle funzioni
parlamentari e ministeriali.
Che, guarda caso, sono proprio
quelli per cui è imputato il privato
cittadino Silvio Berlusconi. Si
dirà: per governare serenamente,
non ci si può dividere tra Palazzo
Chigi, Montecitorio, Palazzo
Madama e il tribunale. Giusto.
Proprio per questo, negli altri
Paesi, chi è imputato non diventa
né premier né ministro e, se viene
imputato quando è già al Governo,
si dimette”. È quello che
gli italiani aspettano da tempo.

P. 8-11

Sfiduciato con 1314 voti il dg RAI Mauro Masi. La replica: "Un tentativo di intimorirmi"
post pubblicato in Articoli pubblicati per il sito www.agoravox.it, il 18 novembre 2010
Sfiduciato con 1314 voti il dg RAI Mauro Masi. La replica: “Un tentativo di intimorirmi"
Milletrecentoquattordici voti contro settantasette è il rapporto tra i giornalisti che non vogliono la permanenza di Mauro Masi alla carica di direttore generale Rai e chi l’appoggia, su 1.878 aventi diritto. Un po’ pochino come fiducia per un direttore d’azienda, neanche Marchionne ha ottenuto così poco “affetto” a Pomigliano.
Più di mille giornalisti del sindacato USIGRAI hanno espresso la loro riprovazione attraverso il referendum chiedendo di fatto le dimissioni di Masi, quello che, solo nell’ultimo periodo, è riuscito a sospendere Annozero per un “vaffanbicchiere” e ad incassare la sospensione della sospensione da Santoro; quello che non voleva mandare in onda su Raitre “Vieni via con me”, la trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano, che poi ha totalizzato il successo RAI più ampio di pubblico degli ultimi 10 anni, con punte del 30% di share.
Masi, forse leggermente risentito, ha dichiarato dopo l’esito del voto: “non c'era certo bisogno di questo costoso evento per sapere come è schierata politicamente Usigrai e soprattutto, ci vuole ben altro e ben altri personaggi per provare solo ad intimorirmi. Anzitutto ciò non può che far rafforzare il mio impegno per una Rai autenticamente pluralista e con i conti in ordine e ciò anche per tutelare il lavoro e i posti di lavoro dei giornalisti dell'azienda".
Diciamo che a Sanremo e a X Factor, con il voto delle giurie popolari o con il televoto da casa, ma anche con un’elezione tra i dipendenti RAI, Masi non potrebbe più essere direttore generale. Ma tanto è nominato, per cui perché dovrebbe dimettersi?
Da oggi il direttore generale della Rai è l'uomo più sfiduciato della storia del servizio pubblico. Difficile immaginare, per una persona normale, che si possa far finta di niente dopo la valanga di voti contro. In ben più di 1.400 hanno partecipato al referendum promosso dal sindacato dei giornalisti della Rai rispondendo alla domanda: 'Alla luce delle politiche aziendali fin qui perseguite, esprimi fiducia nel direttore generale della Rai Mauro Masi? Davanti a tutti quei 'no' un qualunque super dirigente con il senso di responsabilità non avrebbe dubbi: rassegnerebbe il mandato” dice Carlo Rognoni, esponente del PD che aggiunge: “Peccato che Masi avesse dichiarato - prima del referendum - che lui non avrebbe dato nessuna importanza al risultato. E oggi lo conferma. Non resta che augurarsi che chi lo ha voluto in quel posto di capo azienda sia più sensibile e più responsabile".
Anche perché Masi sta per battere un altro suo personalissimo record: dopo Santoro, Saviano e Fazio, anche i politici, in primis Bersani e Fini, stanno iniziando ad ignorarlo. Che sia l’inizio della fine “masiana”? Ai posteri l’ardua sentenza.

Il referendum sull'acqua. Intervista al prof. Lucarelli, redattore dei quesiti
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 4 maggio 2010

Alberto Lucarelli, professore ordinario di istituzioni di diritto pubblico dell’Università degli studi di Napoli Federico II, insieme con i docenti ordinari di diritto costituzionale e civile Gaetano Azzariti, Ugo Mattei, Luca Nivarra e con gli emeriti di diritto Gianni Ferrara e Stefano Rodotà, è redattore dei 3 quesiti referendari sull’acqua pubblica, depositati in cassazione il 31 Marzo scorso e promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Il referendum sull'acqua. L'intervista al prof. Lucarelli, redattore dei quesiti

L'acqua. (Fonte: www.paolomichelotto.it)

L' ITER DEL REFERENDUM E I QUESITI DEL REFERENDUM PER L'ACQUA PUBBLICA

Il 24 e il 25 Aprile 2010 è iniziata la campagna per la raccolta firme – ne servono minimo 500.000-  per promuovere il referendum abrogativo, dopodiché la Corte Costituzionale procederà alla verifica. Se tutto si svolgerà nei tempi previsti, si voterà nel 2011. I tre quesiti del referendum per l’acqua pubblica in sintesi riguardano:

  1. l’abrogazione dell’art. 23 bis della legge 133/2008, il quale prevede la privatizzazione della gestione dei servizi idrici attraverso un progressivo abbassamento sotto il 50% delle quote azionarie che ancora i comuni detengono nelle ex municipalizzate.

  2. l’abrogazione dell’art. 150 del d. leg. 152/2006 del Codice dell’Ambiente che definisce l’affidamento del servizio idrico con la gara o tramite società per azioni a capitale misto/ interamente pubblico (logica che si vuole contrastare: le spa devono remunerare il capitale e fare profitto indipendentemente dalla qualità d’offerta di servizi alla collettività).

  3. Abrogazione dell’art. 154 comma 1 del Codice dell’Ambiente che dispone la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’adeguatezza del capitale investito (logica che si vuole contrastare: il 7% in più della bolletta è garantito al gestore per cui c'è l’incentivo a fare affari con l’acqua).

 

L'INTERVISTA AL PROF. ALBERTO LUCARELLI

G.E.: Dal 15 Giugno 1997 non si raggiunge il quorum, e ancora, la partecipazione ai referendum abrogativi è calata sempre più – da allora in media si sono recati alle urne solo il 30% degli aventi diritto con un ulteriore abbassamento nel 2003 al 25% circa e ancora, nel 2009 la partecipazione al referendum ha coinvolto solo il 23,84% degli aventi diritto.

Secondo lei questo trend negativo di partecipazione alle urne si spiega con l’abuso delle consultazioni referendarie -i temi non stanno abbastanza a cuore ai cittadini e/o i quesiti sono troppo specifici e incomprensibili- oppure c’è qualche altra relazione che va indagata per cui non si riesce ad andare oltre lo sbarramento di validità, per esempio: il sostanziale monopolio dell’informazione, la volontà dei partiti di farli fallire etc?

 

A.L: Uno dei motivi del fallimento dei referendum è sicuramente l’iper tecnicismo dei quesiti ma anche il monopolio dell’informazione escludente altre fonti informative, troppo poco partecipativo e quindi strumentalizzato; in questo modo il referendum da strumento dei cittadini e di democrazia diretta perde la sua forza originaria e si trasforma in un mezzo etero diretto e comunque utilizzato dal sistema dei partiti. In sostanza il sistema partitocratico, che non dovrebbe svolgere una funzione dominante nell’ambito del processo referendario, riesce invece a veicolare in senso positivo o negativo il quesito.

Devo però aggiungere che questa è la prima volta in Italia che vengono proposti quesiti referendari ad iniziativa di una cosi ampia coalizione che proviene da quella che amo definire cittadinanza attiva piuttosto che società civile, cioè cittadini che stanno studiando e partecipando al dibattito sull’acqua da anni e che non sono improvvisati né strumentalizzati da partiti. Si tratta di movimenti e comitati che nascono dal basso sulla scia del fenomeno sorto a Seattle, fenomeno prima sconosciuto e che di sicuro non apparteneva alla tradizione ai paesi dell’Europa Continentale. E’dunque la prima volta in Italia che dei quesiti non vedono tra i soggetti proponenti i partiti. Questo referendum è un unicum.

 

G.E: Vuol dire che la specialità di questo referendum è quella di essere sostanzialmente promosso da cittadini informati?

A.L: Questo referendum non è improvvisato e non è strumentalizzato dai partiti politici per fini puramente elettorali e di cattura del consenso. Usare il referendum è lo strumento più vigliacco che hanno i partiti per ottenere riscontri economici perché se si raggiungono 500.000 firme (al di là dell’esito positivo o meno del referendum) si hanno dei rimborsi finanziari di lusso. I partiti utilizzano spesso i cittadini per volgari interessi di cassa e di tasche.

G.E: Ribaltando la domanda iniziale, anche i referendum abrogativi validi di fatto sono stati calpestati successivamente dalla volontà del parlamento, che non ha tenuto conto delle scelte dei cittadini decidendo spesso altrimenti. Per chiarezza riporto degli esempi:

  1. il referendum abrogativo del 1987 a cui ha votato il 67% degli aventi diritto con l’80% dei votanti che ha risposto si all’abrogazione della legge vigente sul nucleare, esigendo la chiusura delle centrali nucleari già esistenti e vietando che l’Italia producesse sul proprio territorio questo tipo di energia. Adesso con l’avvenuta approvazione della legge sullo sviluppo assisteremo il ritorno al nucleare, in barba a questa consultazione referendaria.

  2. il referendum abrogativo del 1993 a cui ha votato il 77% degli aventi diritto e con l’82,7% che ha votato si abrogando il sistema proporzionale in favore del sistema elettorale  maggioritario. Nel 2005 questa volontà è stata spazzata via con il ritorno al proporzionale (seppur con qualche correttivo) attraverso la legge elettorale “Porcellum” di Calderoli.

  3. il referendum abrogativo sempre del 1993 che ha disposto anche l’abolizione dei finanziamenti ai partiti, rientrati dalla porta come “rimborso spese elettorali” e nel 2006 estesi con il decreto “Milleproroghe”.

Alla luce anche di questa considerazione gli strumenti di democrazia diretta non sono ormai da considerare superati?

A.L: Questo è un altro fenomeno di degenerazione e in parte anche di violazione dell’assetto costituzionale nel suo complesso. Se sono state raccolte le firme necessarie e i cittadini sono stati chiamati ad esprimersi su un referendum e ancora, nel nostro sistema esiste anche la forma democrazia diretta questa va rispettata. Non deve esserci uno scontro tra democrazia della partecipazione e quella della rappresentanza anzi, la prima è un plus valore non deve assolutamente porsi in contrasto con la seconda. Il problema vero è la partitocrazia cioè le piccole lobby che si impossessano di alcune tematiche che possono portare consensi e soldi, incrociando interessi pubblici e privati o ancora peggio, sviando l’interesse pubblico verso quelli privati, tramite due modi: l’utilizzo degenerato dello stesso strumento referendario oppure l’intervento normativo volto a calpestare quanto è stato espresso in precedenza dall’istituto referendario. Questo è un fenomeno aberrante e patologico che rende evidente come la partitocrazia -e non la democrazia della rappresentanza- abbia come obbiettivo quello di annientare la volontà espressa dai cittadini a seguito del processo referendario.

G.E: Perché i cittadini preferiscono astenersi (boicottando il raggiungimento del quorum di validità del referendum abrogativo ovvero il 50%+1 degli aventi diritto al voto) che non recarsi alle urne e votare no alla domanda vuoi tu abrogare ……?

A.L.: A volte i partiti hanno spinto sull’astensionismo influenzando, attraverso le lobby e i gruppi di potere di controllo dei canali di informazione, la stampa o la tv che hanno dedicato ai temi referendari ben poco spazio. In questo caso si sceglie scientemente di boicottare i referendum e con dei metodi cosi forti e ricattatori sugli strumenti di informazione, è evidente che la partecipazione ne risenta.

Nel nostro caso però, la situazione è diversa perché non si parte dai partiti politici ma dai cittadini attivi, con una ampissima coalizione in campo (dal WWF ad ATTAC, da chi si è occupato di rifiuti ai movimenti sociali) la più grande mai avutasi dal dopoguerra e dalla nascita della democrazia in Italia. C’è sicuramente un problema di visibilità del referendum e l’esame di ammissibilità della Consulta ma al di là di questo, sarà sicuramente una straordinaria esperienza di declinazione delle varie forme di partecipazione e soprattutto una battaglia in difesa della Costituzione perché si scrive acqua e si legge democrazia: noi parliamo di beni comuni, di diritti fondamentali.

G.E: In sostanza la questione è imperniata sulla domanda se l’acqua sia un bene a rilevanza economica o un bene comune, ovvero se è più conveniente la gestione idrica a maggioranza privata -che persegue logiche di profitto- oppure pubblica. Alcuni ritengono che la gestione privata sia più efficiente e investa più di quanto il pubblico non faccia. Secondo le stime contenute in un articolo di Luca Fornovo apparso su La Stampa, il 30% dell’acqua si perde a causa di falle nelle tubature con circa 3 miliardi di euro di ricavi totali perduti all’anno per l’intero sistema-paese, mentre il dato più sorprendente per i non addetti ai lavori è che da quando è iniziata a metà degli anni ’90 la privatizzazione gli investimenti in Italia sono calati del 70% mentre le tariffe sono aumentate del 61%. Che pensa di tutto ciò?

A.L: Il decreto Ronchi ha imbarbarito il processo di privatizzazione che trae origini a metà degli anni Novanta anche in governi di centro sinistra; nel governo Prodi si era già portato avanti un provvedimento simile per i servizi pubblici essenziali attraverso il ministro Lanzillotta, anche se l’acqua veniva esclusa. All’epoca la sinistra radicale attenta a certe tematiche si oppose alla sua introduzione, ora questa componente non c’è proprio più in Parlamento. Il referendum serve dunque a frenare questo imbarbarimento in cui non si da più la possibilità ai Comuni di gestire, in economia e con soggetti di diritto pubblico, l’acqua. L’acqua è messa sul mercato, l’acqua per fare profitti, l’acqua per fare soldi. La liberalizzazione non c’entra nulla: si fa semplicemente una concorrenza per il mercato come dicono gli economisti, non una nel mercato. Infatti non c'è una vera e propria concorrenza tra due gestori che erogano lo stesso servizio, ma soltanto una rete gestita da unico soggetto che impone le proprie tariffe e che fa un piano finanziario e di investimenti salvaguardando i propri profitti. Da quando è entrata in vigore la legge Galli, la norma che ha dato il via al processo di liberalizzazione del servizio idrico, gli investimenti sono diminuiti di circa due terzi, le tariffe sono aumentate del 60% circa, si è verificata una dispersione/ cattivo utilizzo delle risorse pari a circa 60%- 65% e una riduzione importante del personale (anche di quello specializzato per fare i controlli) con parecchie esternalizzazioni e la proliferazione di tante micro società, causando problemi sociali, economici e anche occupazionali. Il mercato diventa dunque un monopolio privato. Luigi Einaudi, uno dei padri della Repubblica e tutt’altro che bolscevico, si batté fermamente per l’art 43 dell’Cost., asserendo che bisogna combattere la spinta alla gestione dei monopoli naturali tramite monopoli privati, utilizzando l’unico strumento efficace a nostra disposizione: il monopolio pubblico.

Sfoglia giugno        agosto