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Gloriaesposito Solo i fatti contano
Quattro sì e un solo no: al governo

PRIMO PIANO

VINCE L’ITALIA, PERDE SILVIO.

di Gloria Esposito


Diciamocela tutta: il terreno su cui  

si è combattuto il referendum non
è quello tra opposte
posizioni su temi fondamentali
come acqua,
nucleare, e l’uguaglianza di tutti
i cittadini di fronte alla legge. In
ballo, il 12 e 13 giugno, c’era il
confronto tra la partecipazione
cittadina alla vita democratica
del proprio Paese e la volontà
affaristica delle lobby economiche
che dettano le strategie alla
politica. Lo testimoniano lo spazio
risicato che il referendum ha
avuto nei mass media tradizionali
e il travagliato percorso politico
che ha preceduto il voto, ma anche
l’atteggiamento del Goveno,
che pur di non sottostare alla volontà
popolare ha sostenuto una
calendarizzazione che affossasse
il referendum, fissando la consultazione
popolare rispettivamente
un mese e due settimane dopo il
primo turno delle amministrative
e i ballottaggi. Non solo: l’esecutivo
nazionale ha inserito la
moratoria di un anno sul nucleare
nel decreto legge Omnibus,
una scelta che di fatto avrebbe
potuto impedire agli elettori di
pronunciarsi sulla questione con
specifico riferimento alla localizzazione
delle centrali. È stato
solo grazie alla Cassazione, che
ha accolto l’istanza dell’IDV di
trasferire il quesito abrogativo
sulle norme approvate recentemente
dal governo, se il referendum
sul nucleare è approdato
alle urne, nonostante l’ulteriore
rischio, pur corso, di non fare
in tempo a ristampare le schede
con il nuovo testo contenuto
nel decreto Omnibus e con la
possibilità, paventata fino all’ultimo,
di annullare la votazione
espressa precedentemente degli
italiani all’estero perché tenutasi
in merito al vecchio quesito. Infine,
il Governo ha fatto di tutto
per lasciare in secondo piano la
questione (sicuramente più politica)
del legittimo impedimento
a comparire in udienza penale,
previsto per le cariche di Presidente
del Consiglio dei Ministri
e Ministri.
Ciò nonostante, l’affluenza
all’urne fin dalle prime ore è
sembrata alta, tanto da rendere
possibile uno straordinario 57%
di votanti (il quorum non si raggiungeva
dal 1995). E’ vero che
a sinistra si è tentato di politicizzare
il referendum, in particolare
con la promozione del quesito
sul legittimo impedimento, ma è
pur vero che la consultazione e
l’enorme consenso che è riuscita
a ottenere, non può non essere
letta alla luce del crescente bisogno
degli italiani di partecipare
attivamente alla costruzione di
una visione diversa di società,
in questo periodo al culmine
dell’immobilismo.
Quello che è soffiato a giugno è
un vero e proprio vento di rinnovamento,
che ha visto come
protagonisti i giovani e come
principale strumento di diffusione
internet. Lo dimostra lo
straordinario successo di “Battiquorum”,
un gruppo creato su
Facebook che in pochi giorni ha
ottenuto centinaia di migliaia di
contatti.

Ma su cosa sono stati chiamati a
decidere gli italiani?
In primo luogo sulla gestione
dell’acqua, oggetto dei primi due
quesiti promossi dal Forum italiano
dei movimenti per l’acqua
(FIMA) e passati rispettivamente
con il 95, 7% di sì contro il
4,3% di no e il 96,1% di sì contro
il 3,9% di no.
In questo caso si trattava
dell’abrogazione delle norme
che consentono di affidare la
gestione dei servizi pubblici locali
a operatori privati (art. 23
bis -dodici commi- della Legge
n. 133/2008), e dell’abrogazione
parziale della legge (art. 154 del
Decreto Legislativo n. 152/2006 limitatamente a parte del comma
1) che stabilisce la determinazione
della tariffa per l’erogazione
dell’acqua, il cui importo
ad oggi prevede anche la remunerazione
per il capitale investito
dal gestore.
Per il FIMA, i cittadini dovevano
votare sì al primo quesito
per impedire “l’accelerazione
sulle privatizzazioni imposta dal
Governo” e “la definitiva consegna
al mercato dei servizi idrici
in questo Paese”. Una politica,
quella del nostro esecutivo, in
assoluta controtendenza rispetto
a quelle degli altri Paesi: “mentre
il governo Berlusconi varava la
legge che bocciava il gestore pubblico
dell’acqua, facendolo finire
in serie B e costringendolo per
legge a restare in minoranza nelle
aziende quotate in Borsa, grandi
città come Parigi, Berlino, Johannesburg,
Buenos Aires, Atlanta,
Monaco di Baviera, comprese
quelle che per decenni avevano
sperimentato la gestione privata
decidevano di puntare sul pubblico”,
scriveva Antonio Cianciullo
su Repubblica, indicando come
particolarmente significativa la
scelta di Parigi che ha preso la
decisione di “ far tornare l’acqua
in mano pubblica togliendola alle
due multinazionali francesi (Veolia
e Suez) che gestivano il servizio
da 25 anni”. Secondo i dati
del Comitato per il sì, infatti, “le
perdite di rete registrate in Francia
dai due principali gruppi privati
del settore vanno dal 17 al 27
%, contro il 3-12 % della gestione
pubblica con un risparmio di 30
milioni di euro all’anno”.
Il terzo quesito (abrogazione
dell’art. 5 comma 1 e 8 dl
31/03/2011 n.34, convertito
con modificazioni dalla legge
26/05/2011 n.75) riferito al nucleare,
promosso dall’Italia dei
Valori e passato con il 94,6% di sì
contro il 5,4% di no, è stato il più
tormentato. Soprattutto per le dichiarazioni
pubbliche che l’hanno
accompagnato: “Se fossimo
andati oggi a quel referendum –
dichiarò Silvio Berlusconi subito
dopo l’approvazione del decreto
Omnibus - il nucleare in Italia
non sarebbe stato possibile per
molti anni a venire. Abbiamo introdotto
questa moratoria responsabilmente,
per far sì che dopo un
anno o due si possa tornare a discuterne
con un’opinione pubblica
consapevole. Siamo convinti
che il nucleare sia un destino ineluttabile”.
Una dichiarazione che
lasciava trasparire un’inquietante
strafottenza del premieri rispetto
alla eventuale bocciatura degli
italiani sul ritorno al nucleare.
Anche in questo caso la decisione
del Governo di portare avanti la
politica delle centrali era in controtendenza
rispetto agli altri Paesi
europei (in testa la Germania
che spegnerà i 17 reattori presenti 

nel suo territorio) e alla stessa Ue
che, dopo il disastro Fukushima,
aveva ordinato test di resistenza
sulle centrali europee “per verificare
se sono in grado di reggere a
eventi straordinari quali terremoti,
tsunami e attacchi terroristici”.
Ma per il Comitato per un’alternativa
energetica le ragioni per il
voto contro la costruzione di centrali
nucleari in Italia erano anche
altre: “L’energia nucleare non è
abbondante – si legge in una nota
- ma serve solo a produrre energia
elettrica, che rappresenta nel
mondo meno di un terzo del bilancio
energetico. Alla produzione
di energia elettrica, l’energia
nucleare fornisce un contributo
pari al 15%, a fronte del 66% rappresentato
dai combustibili fossili
come petrolio e carbone.
A questo ritmo di consumo, secondo
il rapporto congiunto del
2008 dell’AIEA e della NEA,
Agenzia dell’OCSE - c’è uranio
fissile per 50-70 anni, a seconda
che si tratti di risorse “ragionevolmente
assicurate” o di “risorse
stimate”. L’energia nucleare non

è pulita: dosi comunque piccole
di radiazioni, sommandosi al
fondo naturale di radioattività,
possono causare eventi sanitari
gravi (tumori, leucemie,effetti
sulle generazioni future) ai lavoratori
e alle popolazioni, nel
funzionamento “normale” degli
impianti e, ovviamente, nel
caso di incidenti; resta irrisolto
il problema dei rifiuti radioattivi,
materia tuttora di ricerca, dopo
il fallimento della prospettiva di
utilizzare strutture saline. L’energia
nucleare non è a basso costo:
la complessità del ciclo del combustibile,
i dispositivi sempre
più impegnativi per mitigare
l’impatto sanitario degli impianti
sono alla base della lievitazione
del costo dell’energia prodotta e
della situazione di stallo nei paesi
più avanzati. Oggi, mentre il
costo del kWh nucleare continua
a crescere, i costi delle fonti rinnovabili
diminuiscono ogni anno
e la loro diffusione cresce in
modo esponenziale; si aggiunge
poi il rischio di proliferazione –
certificato nel 1980, per qualsiasi
ciclo del combustibile nucleare,
dallo studio INFCE delle Nazioni
Unite - e di terrorismo”.
Per quanto riguarda l’ultimo
quesito, quello sul legittimo impedimento
promosso dall’IDV e
passato con il 95% di sì contro
il 5% di no (abrogativo dell’art
1, commi 1, 2, 3, 5 e 6 e dell’art
2 della legge 7 aprile 2010, n.
51), si è speso più volte per il
sì Marco Travaglio, particolarmente
chiaro nel motivare la sua
scelta in un articolo scritto per
l’Espresso: “La legge deve essere
uguale per tutti, anche e soprattutto
per i governanti. Come
del resto è in tutte le democrazie,
dove non è prevista alcuna speciale
immunità-impunità. Anzi,
in alcuni Paesi come la Francia,
siccome i ministri non devono
essere parlamentari, non godono
neppure delle speciali garanzie
che tutelano gli eletti dal popolo:
possono essere addirittura
arrestati, intercettati, perquisiti
e indagati per reati di opinione.
In Italia i membri del Governo,
se commettono reati nell’esercizio
delle loro funzioni, vengono
processati dal Tribunale per i
resti ministeriali, ma solo se la
Camera di appartenenza concede
l’autorizzazione a procedere.
Restano dunque fuori i reati comuni,
quelli sganciati dalle funzioni
parlamentari e ministeriali.
Che, guarda caso, sono proprio
quelli per cui è imputato il privato
cittadino Silvio Berlusconi. Si
dirà: per governare serenamente,
non ci si può dividere tra Palazzo
Chigi, Montecitorio, Palazzo
Madama e il tribunale. Giusto.
Proprio per questo, negli altri
Paesi, chi è imputato non diventa
né premier né ministro e, se viene
imputato quando è già al Governo,
si dimette”. È quello che
gli italiani aspettano da tempo.

P. 8-11

Ripartire dalla Costituzione: l'acqua bene comune e diritto fondamentale
post pubblicato in Articoli pubblicati per la rivista web www.contesti.eu, il 26 giugno 2010
 

“Ripartire dalla Costituzione” è il titolo evocativo assegnato all’ultimo incontro del ciclo “Seminari internazionali di Diritto Pubblico Europeo”, tenutosi alla Facoltà di Economia dell’università Federico II di Napoli.

Ripartire dalla Costituzione: l'acqua bene comune e diritto fondamentale

Padre Alex Zanotelli. Fonte: mediconadir.it

Il popolo sovrano può riprendere il proprio futuro sulla gestione dei beni comuni, spiega il professore di Diritto civile dell’Università di Torino Ugo Mattei, uno dei redattori del referendum per l’acqua pubblica; dal 1989, dalla caduta del muro di Berlino, il settore privato è stato considerato come soluzione a tutti i guai prodotti dal pubblico, infatti prima esisteva ancora uno sforzo politico ben visibile di ridurre le disuguaglianze, ribadisce il professore, che sottolinea artatamente è stata creata una contrapposizione tra il concetto di sovranità dello Stato e il mercato come sovranità dell’individuo: esiste una categoria di beni comuni che vanno al di là delle due visioni, coinvolgendo i cittadini nei modelli di diffusione del potere. Ripartire dalla Costituzione dunque, sta a significare che la vera riforma in Italia dovrebbe essere la reale attuazione dei principi costituzionali.

Invitato a partecipare alla tavola rotonda è poi padre Alex Zanotelli, missionario comboniano e ormai simbolo delle battaglie della cittadinanza in nome di una società più giusta e rispettosa dei diritti di tutti. Toccherà alla vostra generazione capire come salvare il Pianeta. Avete un compito immenso, dice con voce pacata ma decisa padre Alex rivolgendosi alla platea di giovani universitari

Dopo aver vissuto 12 anni nelle baraccopoli di Korogocho in Kenia tutto è cambiato in me. Oggi è la gente bianca che deve essere convertita, perciò ho deciso di dare una mano a quest’Italia che sta sprofondando. Viviamo in un mondo che nega il concetto di diritto: O’ Sistema, che ammazza per fame e per potere. Dove sono i diritti quando un miliardo e venti milioni di persone muoiono di fame, non perché il cibo non ci sia ma perché non si hanno i soldi per comprarlo? Il 20% dell’umanità si pappa l’80% delle risorse e prosegue: Questo 20% riesce a tenersi le risorse grazie alle armi. Ci avete fatto caso che i 24 miliardi di euro che servivano per la manovra finanziaria di correzione di Tremonti è la stessa entità che è assegnata alla Difesa? Tocca a voi immaginare uno stile di vita grazie al quale tutti possano vivere decentemente.

Riguardo all'acqua:

Avete mai pensato di privatizzare vostra madre? Dall’acqua discende la vita. Ormai l’oggetto del desiderio non è più il petrolio ma l’acqua, infatti la finanza già si sta occupando di smuovere i capitali. E’ la finanza a governare, non illudetevi, prosegue poi spiegando la necessità di riconquistare tutti insieme uno ad uno i beni comuni. Non si può vivere senza acqua e senza aria. Questi sono diritti. Quando la collettività se li riprenderà allora potremo dire di vivere in una democrazia. In nome della vita.

Alla fine dell’incontro si è data ampia possibilità ai ragazzi di fare delle domande. La prima è stata rivolta a padre Alex: Come si può promuovere il referendum per l’acqua pubblica o combattere delle battaglie quando l’informazione dei mass media è cosi palesemente manovrata da altri interessi?. Il problema dell’informazione è centrale, spiega il padre comboniano, con questa Tv non ci può essere democrazia. La società è piena di notizie ma non ha compreso la verità dei fatti, prosegue con una battuta: La più grande grazia che ho ricevuto durante il periodo nelle baraccopoli è stata perdere 12 anni di tv italiana. Ognuno di noi deve fare uno sforzo in proprio per informarsi, per esempio internet offre buon materiale. Spegnete la tv e leggete. E soprattutto non basta informarsi, è necessario che le informazioni si condividano con altre persone. Dobbiamo inventarci altre vie alternative ribadisce, padre Zanotelli.

La mia domanda invece ha riguardato il referendum sull’acqua pubblica e in particolare una nuova chiarificazione sul punto dibattuto dall’IDV, ovvero l’eventuale vuoto legislativo che potrebbe verificarsi e dunque portare la Corte Costituzionale a dichiarare illegittimi i quesiti referendari. Risponde il professore di Diritto pubblico Alberto Lucarelli, promotore della tavola rotonda e redattore del referendum: Non vogliamo mettere una bandiera bianca sul referendum prima di provare ad andare avanti come ha fatto l’IDV, redigendo un quesito che riguarda solo il Decreto Ronchi e non gli interventi pregressi di privatizzazione effettuati sul bene comune acqua. Stiamo già organizzando tre o quattro gruppi nazionali di studio che si concentreranno sugli eventuali problemi che la Corte potrebbe riscontrare. Inoltre i referendum non si inventano, sono e devono essere frutto di un percorso lungo, visto che toccano temi delicati. Rimane comunque la stranezza del cambiamento di fronte dell’IDV, che ha creato indubbiamente imbarazzo.

Alberto Lucarelli: "Quello dell’IDV non è un referendum per l’acqua pubblica"
post pubblicato in Articoli pubblicati per il sito www.agoravox.it, il 5 maggio 2010
 

Alberto Lucarelli, ordinario di istituzioni di diritto pubblico all’Università degli studi di Napoli “Federico II” ed ex candidato indipendente per l’IDV alle scorse elezioni europee, è tra i redattori dei tre quesiti del referendum sull’acqua pubblica, promossi dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Alberto Lucarelli: "Quello dell'IDV non è un referendum per l'acqua pubblica"
I tre quesiti depositati in Cassazione il 31 marzo scorso in sintesi riguardano:
  • L’abrogazione dell’art. 23 bis della legge 133/2008, il quale prevede la privatizzazione della gestione dei servizi idrici attraverso un progressivo abbassamento sotto il 50% delle quote azionarie che ancora i comuni detengono nelle ex municipalizzate.
  • L’abrogazione dell’art. 150 del d. leg. 152/2006 del “Codice dell’Ambiente” che definisce l’affidamento del servizio idrico con la gara o tramite società per azioni a capitale misto/ interamente pubblico (logica che si vuole contrastare: le spa devono remunerare il capitale e fare profitto indipendentemente dalla qualità d’offerta dei servizi alla collettività).
  • L’abrogazione dell’art. 154 comma 1 del Codice dell’Ambiente che dispone “la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’adeguatezza del capitale investito” (logica che si vuole contrastare: il 7% in più della bolletta è garantito al gestore rappresentando “l’incentivo” a fare affari con l’acqua).
Se tutto andrà come previsto, ovvero verranno raccolte minimo 500.000 firme e la Corte Costituzionale verificherà con esito positivo l’ammissibilità dei quesiti, si voterà per il referendum abrogativo nel 2011.
Il professor Lucarelli, intervistato, sostiene che il referendum abrogativo per l’acqua pubblica è “un unicum” perchè “questa è la prima volta in Italia che vengono proposti quesiti referendari ad iniziativa di una cosi ampia coalizione che proviene da quella che amo definire “cittadinanza attiva”, piuttosto che “società civile”, cioè cittadini che stanno studiando e partecipando al dibattito sull’acqua da anni e che non sono improvvisati né strumentalizzati da partiti”. In sostanza i partiti non fanno parte del comitato promotore del referendum. Inoltre il professore spiega che “da quando è entrata in vigore la legge Galli, la norma che ha dato il via al processo di liberalizzazione del servizio idrico, gli investimenti sono diminuiti di circa due terzi, le tariffe sono aumentate del 60% circa, si è verificata una dispersione/ cattivo utilizzo delle risorse pari a circa 60%- 65%, e una riduzione importante del personale (anche di quello specializzato per fare i controlli) con esternalizzazioni e la proliferazione di tante micro società provocando cosi problemi sociali, economici e anche occupazionali.”
Per leggere integralmente questa parte dell’intervista rimando a ConTesti
Il tema su cui voglio soffermarmi per Av è però questo:
G. E: Mi piacerebbe che mi aiutasse a capire, in veste anche di ex candidato indipendente dell’Italia dei valori per le scorse europee, la diatriba tra l’IDV e il Forum dei movimenti per l’acqua sulla presentazione dei quesiti referendari. L’IDV ha depositato un altro quesito sull’acqua pubblica oppure ha depositato in forma corretta un quesito già depositato in Cassazione dal partito il 17/12/2010, come ha dichiarato l’IDV Molise? Soprattutto che senso ha tutto ciò e quale referendum dobbiamo firmare?
I referendum presentati dal Forum dei movimenti per l’acqua non hanno niente a che vedere con quello presentato dall’Idv, che attacca solo e unicamente il decreto Ronchi e tende a riportarci alla situazione precedente in cui già era stata introdotta la privatizzazione delle risorse idriche: non si può affermare assolutamente che quello dell’IDV sia un referendum per l’acqua pubblica perché lascerebbe in maniera pressocchè invariata la possibilità alle società, ancorché pubbliche, di sottostare al diritto societario e cioè di non essere sottoposte al controllo della Corte dei Conti e ancora, in quanto Spa, di essere orientate ai profitti potendo anche delocalizzare e differenziare i prodotti. Le società per azioni, come ovvio, non rientrerebbero nella logica del diritto pubblico ma in quella di diritto privato. L’obiettivo chiaro del referendum per l’acqua pubblica è invece quello di gestire il servizio idrico attraverso il diritto pubblico con aziende municipalizzate o aziende speciali, soggette comunque al Comune.
G.E: Ma perché riproporre adesso il quesito da parte dell’IDV? Non si rischia cosi di far fallire il referendum o di strumentalizzarlo?
A.L.: Evidentemente l’IDV vuole salvaguardare le spa pubbliche, lasciando trapelare cosi una volontà non veramente pubblicistica. Poi c’è un problema di visibilità: l’Idv nel referendum promosso dal Forum dei movimenti per l’acqua non avrebbe potuto far parte del comitato promotore ma solo di quello dei sostenitori (dove adesso ci sono Verdi, Rifondazione, Sinistra e Libertà etc). Non da ultima la questione economica: presentandosi nel comitato promotore e raggiungendo 500.000, al di là del risultato del referendum, si incassano un sacco di soldi pubblici.
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